Evelina Santangelo
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Il meraviglioso segreto del Biondo
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Il meraviglioso segreto del Biondo
(2/12)
L'avevano visto fermarsi a pulire con una bacchetta di legno le rotelle che si erano fatte grosse di fanghiglia e poi riprendere a incunearsi tra i banchi del mercato ormai semivuoto, sussurrare: — Posso, vero? —, raccogliere resti di vari tagli di carne, piedi di capretti, di agnelli, tutto quello che capitava, dai bidoni bianchi macchiati di sangue dei macellai, poi spostarsi verso la piazzetta del pesce, sporca d'acqua e di squame, passarsi a uno a uno i carretti e i negozi dei pescivendoli, che: — Ti sei messo a fare pulizie?

Perché il Biondo ha un esercito da sfamar…
Un esercito, che vuole mangiar!

L'avevano visto rovesciare dentro la sua carretta bidonate di teste di sarde, e interiora, qualche coda di pesce spada, e ringraziare mille volte col capo, quando qualcuno gli allungava qualche pesce ancora sano sano, l'occhio appena velato, — Tiè; Biondo, che nelle teste di carne c'è n'è poca! Se uno... ha intenzione di mangiare... — e avevano indicato con il capo quel suo carico strano e abnorme di cibo, mentre lui, a occhi bassi: — ...Poca, sì certo, grazie —. E si era spinto a fatica verso il banco successivo, del Rosso, che si era appoggiato allo stipite della porta del suo negozio e, da minuti ormai, guardava prima lui, poi la carretta, e poi ancora lui, come a dire: Non vorrai mangiarti tutta quella spazzatura di roba, vero, Biondo? E siccome quello stava lì, due occhi duri, guardandolo e basta, — Posso? — aveva domandato con un filo di voce. Il Rosso aveva fatto un gesto col braccio verso il suo bidone: — A favorire! — aveva ringhiato ed era tornato a gettare secchiate d'acqua sul marmo del banco, a togliere via gli ultimi resti di pesce. — Gente strana! — si era girato come meccanicamente verso Peppe, il macellaio, aveva alzato le spalle: — Gente diversa, niente da fare — e, senza aspettare una qualche risposta, aveva scosso forte la testa, agitando quei suoi capelli tutti mescolati di grigio e di rosso, aveva spento la lampada, l'aveva staccata dal gancio e si era messo a riavvolgere con la manovella il telone arancione steso sul banco di marmo del pesce, ormai bianchissimo, come nuovo, scoprendo un pezzo sempre più grande e bruno di cielo, poi: — Finisci di scopare che chiudiamo il negozio, — aveva detto a suo figlio, che aveva spazzato via tutta l'acqua verso il tombino in fondo alla strada, poi si era fermato davanti alla macelleria: — Che te ne pare, Peppe? — Quello, la sigaretta stretta tra le dita, si era messo per un bel pezzo a osservare la schiena curva del Biondo, che ormai trascinava tutta quella sua roba, di nuovo, verso casa, poi: — Mi pare che... mi ha svuotato il bidone. Una lavata con la pompa al fondo e posso abbassare la saracinesca del negozio. Andarmene subito a casa. Buono, no? — aveva gettato il mozzicone a terra schiacciandolo forte con il piede. E il figlio del Rosso: — Buono, certo, — il mento poggiato sul bastone della scopa, gli occhi incollati al carretto del Biondo, che, ondeggiando, arrancava sulle basole bagnate qua e là di macchie gialle e lunghe di luce, riempiendo il mercato come di barriti e cigolii, che si perdevano tra le commessure del basolato piene di rivoli neri di fanghiglia e pezzi di cartone molle.

Perché il Biondo ha un esercito da sfamar…
un esercito, che vuole mangiar!
Anche immondizia, se non c'è di meglio in gir da trovar.
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Concerto degli auguri
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