Evelina Santangelo
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Il meraviglioso segreto del Biondo
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Il meraviglioso segreto del Biondo
(9/12)
Ed erano tornati, poi, a fare silenzio, quando l'orso aveva alzato la gamba, che pareva finta, scoprendo una chiazza di pelle spelata, e l'aveva passata sul sellino, sedendosi, poi aveva tirato su le braccia, anch'esse un poco spelate e rigate di tante piccole croste, e aveva poggiato le zampe sul manubrio, rimanendo un attimo in equilibrio e poi cominciando a pedalare, prima piano, poi un poco più forte in circolo, tra un coro di — Bravo Iuri! — che non finiva più, mentre il Biondo se ne stava immobile al centro del mondo, tenendo la catenella morbida morbida, le mani che un po' gli tremavano e gli occhi più azzurri del cielo, che era basso basso, come avesse voglia anche lui di guardare... E poi, a un tratto...

Un miracolo, un miracolo...

il cielo era precipitato, schiantandosi sul ventre dell'orso e sulla schiena del Biondo, che era stramazzato anche lui al suolo, e carponi adesso si avvicinava all'animale disteso supino. La bici conficcata tra le gambe aperte e le zampe all'aria. Un grosso scarafaggio che moriva al sole, e non ne voleva sapere di alzarsi da lì, mentre il Biondo gli parlava in quella sua lingua strana, gli faceva segno di tirarsi su, lo spingeva con tutte le braccia. Diceva: — È il caldo... è solo tutto questo caldo! Si riposa e si alza. Vero, Iuri? — Quello si girava su un lato, scalciava via la bici, grugniva, come avesse rintanato dentro tutto quel suo pelo sporco di polvere un maiale, che si faceva sempre più grosso e infine liberava un gemito flebile sulla faccia del Biondo, che si piegava ancora di più in una specie di preghiera muta, la testa incassata nelle scapole magre.

Che miracolo è un miracolo che miracolo non è

che ha il piede tondo e cade giù come un tonno

che si rotola nel fondo
che non sa stare al mondo
che ti schiaccia giù l'orgoglio, ti riporta nel profondo
ti toglie l'aria intorno, e ti dice: muori tondo

Che miracolo è un miracolo che miracolo non è

che ti strappa via un sogno, il cappello dalla testa,
la lancia dritta in resta
che teme le gesta e rovina la festa,
che è una cosa molesta,
che non fa sperar chi resta.

Che miracolo è un miracolo che miracolo non è

che s'arrende al primo scoglio,
dice: Non voglio, non m'importa dell'orgoglio,
questo sogno è un grande imbroglio,
un capriccio, il disegno ingen' di un pollo.

Che miracolo è un miracolo che, ti volti, e già non c'è.
Che miracolo è un miracolo che, ti volti, è già non c'è.
Che miracolo è un miracolo che, ti volti, e già non c'è.

Il primo ad alzarsi fu il Rosso. Prese la sua sedia sotto braccio e se ne andò, seguito dai suoi quattro figli, dalla moglie e da tutti i parenti. Una processione che s'allungò sempre di più nel giro di pochi minuti. Gli ultimi furono, invece, i bambini, che si alzarono da terra di malavoglia, solo quando il richiamo dei padri diventò un ringhio rabbioso.
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Concerto degli auguri
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