Evelina Santangelo
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Anticipazione
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Lo spettacolo in piazza

Erano giorni che giravano per il villaggio, strillando e battendo forte sui tamburi di pelle d'asino. Ed erano mesi che lui li aspettava, puntuali, come ogni anno. Calavano dai boschi, e le strade si riempivano, all'istante, di venditori ambulanti, pannocchie gialle che scottavano le labbra, manciate rosso brune di frutti di bosco che sporcavano la faccia, arrossavano come di sangue le dita e i vestiti ripuliti, ritoccati agli orli e alle maniche, come nuovi. E: — Stai attento, che macchiano! Non metterne tanti in bocca! — Il fazzoletto passato sul mento e sul collo, ad asciugare il succo. — Stai buono un attimo, almeno! Non scappare via! Vieni qua, ti ho detto!
E pentole! cataste di pentole e padelle di rame a due soldi, specchianti, deformanti i visi dei più piccoli, che si avvicinavano furtivi, s’accosciavano, facevano boccacce, scappavano via, saltavano, pazzi, da un banco all'altro, ridendo. — E certo, prima rubano il rame dalle case, poi, due soldi, e te lo rifilano! — Su, mamma, andiamo, che tra poco inizia. — ...E uno neanche se ne accorge... — Dài, Stela, che questo qui ha fuoco in corpo! Non riesco a tenerlo! — suo padre che lo prendeva per il colletto della camicia: — Chiudi quella porta, aspetta che tra un attimo usciamo, e non farmi ammattire, stavolta... Sei pronta, Stela! — Lei si pettinava i capelli lunghi con il pettine d’osso, non si dava pace: — Ti dicono: «Bella signora!» e intanto ti hanno ripulito la casa. — Dài, smettila, su! — La smetto, però... — lasciava cadere qualche goccia di colonia sui polsi, sul collo appena rosato, — è così, quelli rubano, fondono il rame e poi noi: «Guarda un po' che bella padella!» e, stupidi, ce la compriamo, — si metteva un filo di rossetto sulle labbra, le stringeva un po', le schiudeva: — ...Roba da matti... — un’ombra d’azzurro sugli occhi chiari, — ...roba proprio da matti. — Ma sì, va bene così. Dopotutto, Stela, che importa! Ci divertiamo anche noi, quando arrivano, no? — Lei, allora, si stringeva nelle spalle: — Mah... — scuoteva la testa, ma piano, per non spettinarsi. — Dài, mamma! — Gli lanciava un’occhiata che l’inchiodava: — E tu stai buono, che non scappano tanto! — Però lo spettacolo inizia, mamma. Finisce che ce lo perdiamo! — Lei metteva su una faccia scura, imbronciata: — Sono pronta, — diceva, poi volgeva furtiva lo sguardo allo specchio opaco dell'ingresso e... a un tratto... era tutta un sorriso, perché era proprio magnifica con quel suo vestito a fiori grandi gialli screziati d’arancio che le stringeva la vita, i capelli tirati in una coda nera e lucida, le unghie smaltate di rosa chiaro sulle dita sottili, appena arrossate di bucato, strette sulla tracolla della borsa nuova, di vernice ocra: — Sono pronta, andiamo! — le iridi ancora più azzurre. E suo padre: — Sei sempre la solita... — la prendeva, leggero, sottobraccio, chinava un po' il capo: — Che profumo! – poi si girava a cercarlo: — Tu, vieni qua, mascalzone biondo, — gli dava la mano. — Allora noi usciamo, nonna! — e apriva la porta di casa, — Ciao, nonna! — richiudendola sul lento andirivieni della sua sedia a dondolo, mentre lei: — Non fate tardi, — diceva, scuotendo quella sua testa bianca di capelli forti. — Sì, mamma, non preoccuparti! — E lei: — Mi raccomando, Stela! — Quel suo dondolio sul legno sconnesso della cucina che li seguiva anche oltre la soglia, durava, tenace, per qualche passo ancora lungo la strada... — Mi raccomando... — dileguando poi tra le voci di quelli che erano ancora in giro, a far fracasso con i tamburi a tracolla, a invitare tutti in piazza, modulando in toni alti la voce: «Tra poco, grande spettacolo d’orsi!»
Una palla di pelo bruno tenuta alta contro il cielo da due mani scure d’uomo. — Guardate, un orso neonato! Vedete che sta cominciando? — tirava la mano di suo padre, si divincolava, correva tra i banchi. — Torna qua! — La voce di suo padre che si perdeva, mentre lui continuava a correre, rubacchiava qua e là qualche mora, si prendeva uno scappellotto, un insulto, s’intrufolava tra le gambe dei grandi assiepati intorno, e poi si fermava... Gli occhi sgranati e fissi su quel gigantesco orso nero che era come di un blu notte brillante nella luce incerta, rannuvolata, ma ancora chiara, del pomeriggio, il cappello calcato sulla testa, le orecchie che sfilavano fuori, agli angoli, due pesanti ali di pelo vibranti, le zampe piantate larghe al suolo, e come palmate, che però, a un tratto, si levavano tagliando l’aria... costringendo le teste a piegarsi indietro, più indietro, e a guardare su, verso il cielo, perché quello, adesso, era proprio in piedi, e incombeva sugli occhi in un lieve ondeggiare di nastri filanti rossi e gialli, che cadevano a cascate tutt’attorno al collo. Ed era con quegli occhi pieni di pelo blu che lo vedeva afferrare una pertica dalle piccole mani dell’uomo, piegato in un ampio inchino, e batterla a terra, lentamente e ostinato, come a chiamare, imperioso, un colpo dopo l’altro, quelli che ancora tardavano.
Anche suo padre, ora che l’aveva di nuovo accanto e ne sentiva il peso severo, e incongruo, della mano premuta sulla nuca, era incredibilmente minuto e come evanescente a confronto, e così la piazza, le case basse, le montagne azzurre in fondo... coperte a tratti da quell’ondeggiare neroblu di zampe e testa e corpo, che adesso danzavano in un rimescolio di nastri colorati e lunghissimi quasi fatti della stessa sostanza del suono che incalzava, assordante e sinuoso, e spingeva tutti a battere le mani, a gridare: «Su! su!» trascinati da quel folto blu sconfinato... Anche sua madre, ora, batteva a ritmo i palmi e muoveva lievemente il corpo sottile, la vita stretta dal braccio di suo padre, che: — Guarda un po’! Tu guarda un po’ che roba! — diceva, pestando i piedi sul basolato, che ballava, sconnesso, mentre quello girava in tondo in una goffa, abnorme piroetta, tirava di spada con l’uomo, lo feriva a morte, si faceva come più alto, poi lasciava cadere con la zampa il cappello a terra, chinava la testa, il muso affondato nella collana di nastri colorati, e tutt’intorno un piccolo diluvio di monetine, tanti ranocchi bruni, che balzavano via dalle mani scattanti dei più piccoli in un tripudio di strilli, saltellavano un po’ sul basolato e poi si fermavano... mentre l’uomo resuscitava all’istante, ringraziava, raccattava, svelto, i ranocchi, aiutato da ciurme scure e sgambettanti di bambini tutt’ossa...
Finiva sempre così, con sua madre che non la smetteva più di parlare e parlare, abbandonando la testa sulla spalla di suo padre, che le stringeva la vita, poi si girava verso di lui, gli lanciava un’occhiata, come a dire: «Le donne!», lo invitava a guardare quel manico lungo e sottile di una padella di rame semiavvolta in carta da pacchi e penzolante, sbilenca, dalle dita belle di sua madre, nella luce violazzurra del primo crepuscolo steso morbido sulla strada che, passo dopo passo, li portava di nuovo a casa...

Il giorno degli orsi volanti
Data pubblicazione
2005
Editore
Einaudi
Collana
L'Arcipelago
ISBN
88-06-17603-X
Pagine
213
Prezzo
€ 12,80
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