Evelina Santangelo
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L'occhio cieco del mondo
La «carriola», come la costruì mamma Mattia.
La «carriola», come la costruì mamma Mattia.
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Finirai cosa?, mi viene da chiedere, ma poi penso: chi se ne frega, e le tocco la mano sinistra, che non sanguina più sotto la crosta marrone della stoffa.

Abbiamo martellato insieme tutto il giorno, «Che è tempo di costruire ormai, – ha detto mamma dandomi una manciata di chiodi lunghissimi. – Perché le tavole vanno unite con due bacchette, Savino. – Prende il metro e misura, e poi dice – Queste qua, che sono lunghe ottanta ciascuna... perché ogni tavola è un metro per quaranta, e quaranta più quaranta fa ottanta, no? – Io non ci capisco, faccio sì con la testa. – E più chiodi ci metti, più dura». «Dura cosa?»le chiedo. «La b a s e dura, e deve durare, perché tutto sta qui nella giuntura di questi due pezzi di tavola, e noi li freghiamo 'sti stronzi, mettiamo una bacchetta da ottanta da una parte e una dall'altra, sotto, lungo i due lati corti, capito, Savino? Così viene un rettangolo grande abbastanza». E giù a dirmi di passarle i chiodi e a ficcarli dentro, io non so se ho capito, non so neanche se c'è da capire. «Veloce Savino, più veloce! – Mai riso tanto però. – Un altro chiodo, Savino, ancora un altro, l'ultimo, l'ultimo e basta, porco-mondo-guarda-che-meraviglia!»
Ed ecco lì, pronta a terra la base: le due tavole una accanto all'altra martoriate, crivellate da parte a parte di punte di chiodo, che mamma piega a uno a uno, seduta accanto ai miei piedi.

Per ore.

Ha inchiodato gli altri due pezzi di lampazze a mo' di braccia alzate ai lati lunghi della base, che adesso è come una cosa che chiede aiuto. C'ha avvitato sotto due rotelle, e aveva già in mano la terza, quando le è passato un diavolo dentro la testa. È scattata in piedi. Ha detto «Senza impugnatura la possiamo buttare, – ed è uscita. – Faccio in fretta», mi ha detto. Non è più tornata. Non ancora, almeno.

I giornalini accatastati dall'altra parte della stanza. Troppo lontani. Anche il letto, troppo lontano.

Guardo il lavoro di mamma, martoriato di chiodi: le braccia che vanno su sbilenche e annaspano quasi nell'aria, la base che sembra una zattera e tutti sono annegati, o una tartaruga gigante che rantola, piegata tutta su un lato, schiacciata metà al suolo. E taglia qui e taglia là, e inchioda qui, e questo è questo, e questo quest'altro e guarda-che-meraviglia! E non c'è niente da guardare, alla fine, un'accozzaglia di pezzi di legno e basta, perché Mattia c'ha paglia secca dentro il cervello e non ha senso. Non ha senso, mi dico, quel coso mezzo sciancato, dopo tanto lavoro buttato là sopra per giorni. Paglia secca pure nel ventre, Mattia. E mi viene tutta una rabbia dentro, perché sembra fatto apposta, hai voglia a faticare e spaccarti le mani, non riesce mai niente. «A Mattia riesce tutto», mi urla mia madre quando non ce la faccio e lo dico a voce alta che non è stato poi così giusto aver faticato nove mesi per fare un figlio così. Lei dice «Non bestemmiare».
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L'occhio cieco del mondo
Prima edizione
2000
Editore
Einaudi
Collana
I coralli
ISBN
880615463X
Pagine
151
Prezzo
€ 9.30
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