Evelina Santangelo
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Tom Stoppard - Rock 'n' Roll
Presentazione Libro

Traduzione di
Evelina Santangelo


Una Praga in cui la ribellione più radicale all'oppressione e alle ipocrisie del governo filo-sovietico è espressa dal bisogno di libertà dei giovani underground e rockettari. Una Cambridge in cui s'intrecciano utopie marxiste, cultura universitaria e istanze libertarie del movimento hippy.
A partire dagli anni Sessanta fino alle disillusioni degli anni Ottanta, i protagonisti di Rock 'n' Roll attraversano questi due mondi in un'incessante esplorazione di cosa voglia dire essere liberi e condividere un'identità per chi voglia coniugare «la teoria e la pratica», di quali costi comporti «vivere nella verità in una società che mente a se stessa».
Un teatro di idee che Stoppard riesce a incarnare in personaggi indimenticabili, Jan, Max, Eleanor, Esme; mentre su tutto aleggia come una misteriosa divinità il fantasma di Syd Barrett, fragile genio dei Pink Floyd. Ma un teatro anche di straordinarie invenzioni linguistiche, che Evelina Santangelo ha cercato il più possibile di rendere in tutta la loro creatività ed efficacia teatrale.

All'inizio, quel che affascina di Rock 'n' Roll è la netta sensazione di accostarsi a un pezzo di Storia con tutto il suo carico di illusioni e disillusioni (la Primavera di Praga, l'invasione sovietica della Cecoslovacchia, la «normalizzazione» che seguì) da un punto di vista inedito.
Ha il sapore di una scoperta, infatti, il modo in cui Stoppard evoca il ruolo che svolse il rock 'n' roll tra i giovani cechi negli anni dell'occupazione, quando molti intellettuali propendevano per un «compromesso dignitoso» con un regime che non sembrava avesse messo del tutto in catene la vita intellettuale mentre una minoranza, Havel in primis, riteneva che l'unica via praticabile fosse invece quella di un dissenso radicale, un dissenso capace di far proprio lo spirito dissacratorio di band rock come i Plastic People of the Universe con la loro musica «magica e perturbante». Una musica che farà dire ad Havel: «a prescindere da quante parolacce usassero e da quanto lunghi fossero i loro capelli, la verità era dalla loro parte».

Fin dalle prime battute, Stoppard restituisce con straordinaria sensibilità lo spirito di una generazione che - al di qua così come al di là della cortina di ferro, nella Cambridge di Syd Barrett così come nella Praga dei Plastic People - rivendica il diritto di vivere fuori da ogni conformismo, indulgendo a forme d'ingenuità certo, ma tenendo fede anche a un peculiarissimo senso di integrità, mirabilmente incarnato in personaggi come l'inglese Esme, «una figlia dei fiori di quel tempo», o come lo studente praghese Jan, costretto a fare i conti prima con l'ottusità arcigna del regime comunista e poi con una stampa occidentale famelica, che «non parla mai della musica... solo del fatto che questo o quello sia simbolo di resistenza», senza capire che «gli agenti adorano i dissidenti come l'Inquisizione adorava gli eretici», mentre sono terrorizzati da chi se ne infischia di tutto, come Jirous (il manager dei Plastic People, del quale si dice: «he doesen't care»), da chi rivendica piuttosto il diritto di suonare a modo proprio, senza cedere a compromessi.

È, però, man mano che ci si inoltra nei dialoghi intensi che intercorrono tra i molti personaggi del dramma, colti in momenti diversi della loro vita, che si comprende come Stoppard declini in modo umanamente complesso questo tema della libertà contrapposta a ogni forma di manipolazione e mistificazione, creando echi tra le vicende individuali, le convinzioni, le speranze, le disillusioni di ciascun personaggio e il corso degli eventi collettivi fra gli anni Sessanta e gli anni Novanta. Con tutti i capovolgimenti culturali e politici, i fallimenti ideologici, le derive generazionali che li hanno caratterizzati.
Ne viene fuori un intreccio di umanità e visioni che in alcuni passaggi ha un che di titanico, come accade in certi dialoghi tra Eleanor e suo marito Max. Lei cultrice della poesia di Saffo, di quell'Eros irrefrenabile, «impossibile da ingabbiare», quale misura dell'imprevedibilità stessa della vita. Lui filosofo marxista, campione di un materialismo storico radicale, ostinato sino alla fine nel rivendicare l'ultima certezza rimastagli: «che fra la teoria e la pratica ci può essere una discreta corrispondenza».
Non è stato facile rendere in traduzione la sostanza umana - l'amarezza, il sarcasmo, l'autoironia, la riprovazione, il desiderio, la disillusione (nei confronti della vita, per Eleanor ammalata di cancro, e nei confronti della Storia, per Max ammalato di ideologia), il rifiuto del più evidente fallimento - che Stoppard riesce a innervare in dialoghi come questi, fatti di doppi sensi e giochi di parole che spesso riecheggiano poi in altri dialoghi o in altre battute dettate da differenti implicazioni storiche e umane.
Né è stato facile, d'altro canto, rendere le stratificazioni di senso affidate a richiami meno espliciti, come quelli che suggeriscono ad esempio una continuità ininterrotta tra alcune figure femminili (Eleanor, la figlia Esme e la nipote Alice) capaci di perpetuare nel tempo, ognuno a suo modo, un'energia vitale fatta di intelligenza e comprensione, spesso in contrapposizione ad aridità, solitudini, sradicamenti delle figure maschili.

La sfida maggiore però è arrivata alla fine, direi, quando Esme - la figlia ribelle, inadeguata di Eleanor e Max, «la figlia dei fiori» che ha più scontato la fragile utopia degli anni Sessanta, la creatura più vicina alla Golden Hair del genio irriducibile di Syd Barrett, il personaggio che ha più incarnato quel principio di verità cui Havel (in Cecoslovacchia) invitava a ispirare le proprie azioni rifiutando ogni compromesso con qualsiasi società fondata sulla menzogna -, trasferitasi in una Praga liberata, accanto a un Jan anch'egli finalmente libero da ogni retaggio e proiettato verso «i tempi nuovi», ripete euforica: «I don't care». Una battuta in cui, insieme al desiderio (al bisogno) di sbarazzarsi del passato, sembra rivivere quella «promessa di bellezza» radicalmente liberatoria cantata un tempo dall'amatissimo Syd Barrett.
Trovare le parole più giuste per tradurre la carica di senso, gli echi e i rimandi concentrati in quella battuta finale («I don't care, I don't care, I don't care»), così semplice e immediata, ha comportato uno strappo linguistico che spero riesca a rendere in qualche modo giustizia di un finale evocativo e potente, degno di un testo ironico, amaro, evocativo e potente come Rock 'n' Roll.
Evelina Santangelo

Tom Stoppard - Rock 'n' Roll
Data pubblicazione
2011
Editore
Einaudi
Collana
Collezione di teatro
Pagine
pp. XVIII - 114
Prezzo
€ 11,50
ISBN
9788806197339
Link
Rock'n'Roll - Einaudi
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