Evelina Santangelo
Biografia Parole stampate Parole recitate Parole cantate Rassegna Press Riflessioni News Contatti Narrazioni in viaggio
Parole Stampate
Non va sempre così
Cose da pazzi
Senzaterra
Da La terramadre a Senzaterra
Il film
Il giorno degli orsi volanti
La lucertola color smeraldo
L'occhio cieco del mondo
Pesci
Deandreide
Ragazze che dovresti conoscere
Principesse azzurre
Disertori
La realtà nelle parole
I racconti delle fate sapienti
Dieci decimi
FAQ Domande e risposte sulla narrazione
Liberare il futuro
Cura
Vincenzo Rabito - Terra matta
Traduzioni
Tom Stoppard - Rock 'n' Roll
Sam Savage - Firmino. Avventure di un parassita metropolitano
Senzaterra
Da La Terramadre a Senzaterra

Il lungo rifiuto

Passano sempre un po' di anni da quando mi ritrovo a concepire una storia al momento in cui comincio a darle una consistenza attraverso le parole, nel tentativo non solo di darle un corpo in cui incarnarsi ma anche una sua vita.
Ogni testo d'invenzione certo è fatto sempre almeno di due mondi, quello manifesto, che la pagina scritta ci restituisce in modo più o meno complesso, e quello nascosto, a volte irraggiungibile e inestricabile, fatto di tutto ciò che precede e accompagna la stesura di una certa opera.
Cercare di dar conto in modo esatto di questo momento costituito spesso da letture, suggestioni, distrazioni, derive e approdi insomma più o meno pertinenti, o apparentemente pertinenti rispetto alla storia che si intende o si immagina di raccontare, sarebbe davvero impossibile e forse, in fin dei conti, fuorviante.
Così, quel che vorrei provare a raccontare, piuttosto, in questa nota è come sia accaduto che mi sia ritrovata, nel corso degli ultimi tre anni circa, a scrivere prima un soggetto e un trattamento cinematografico dal titolo La Terramadre e poi il romanzo Senzaterra: due opere simili nell'intreccio e nell'ossatura, eppure profondamente diverse nella loro sostanza espressiva e, in ultima analisi, anche sul piano dei significati profondi. Sì, perché in questi tre anni di stesure e ristesure – prima del soggetto, del trattamento, delle scene, e poi del romanzo – è accaduto che mi ritrovassi non solo a misurarmi con mezzi espressivi diversi, ma a ripensare, approfondire, a volte in uno scavo doloroso, alcuni aspetti che in una prima fase avevo solo toccato, appena intuito, o avevo mancato, diciamo, per scoprirli in seguito, magari deformando certe suggestioni riportate in qualche fuoriscena durante le riprese del film o semplicemente ritornando con occhi diversi su sequenze e situazioni che a distanza di mesi mi sembravano potessero raccontare ancora dell'altro o addirittura qualcosa di non proprio identico a quello che avevano raccontato fino a quel momento, almeno sulla pagina, perché poi il film, come è giusto e ovvio che sia, rende conto della peculiarissima sensibilità del regista, interprete e a sua volta autore dell'opera filmica, che è cosa ancora differente, dotata com'è di una sua irriducibile singolarità.

Julio Cortàzar in un saggio breve sulla forma e la natura del racconto spiega, tra le altre cose, come certi suoi racconti nascano «da un lungo rifiuto». Ecco, potrei dire che questa storia sia nata così, da un lungo rifiuto.
Per molti anni ho evitato di scrivere racconti e romanzi ambientati in luoghi riconoscibili, per non marcare troppo l'appartenenza di una storia a un certo mondo specifico mentre era mio intento raccontare vicende umane che, anche se lontanissime magari dai nostri universi ovattati di benessere e decenza, ci riguardavano tutti da vicino. Per molti anni ho poi accuratamente eluso il confronto con la Sicilia, sia perché non sopportavo, e non sopporto ancora adesso, l'idea che «le radici» siano ineludibili, almeno nell'accezione comune e riduttiva, del termine, sia perché mi sembrava che dovessi fare i conti con la mia identità variegata di esperienze anche non isolane prima di definire il mio rapporto con la terra – ammesso che questa terra potesse coincidere poi con i confini della Sicilia per generazioni come le nostre maturate nel clima di una cultura sempre più aperta alla globalità. Insomma, a lungo ho rifiutato il «carcere» delle radici, così come spesso sono declinate, l'identità precostituita di una sicilianità che mi sembrava troppo limitativa, frutto spesso di letture affrettate, preconcette o comunque selettive rispetto alla nostra storia anche letteraria.
Solo una volta, e dopo molte resistenze, avevo provato a raccontare in maniera diretta una storia siciliana in Disertori, ma anche in quella occasione avevo cercato di mantenere una certa distanza emotiva dal tema, narrando una vicenda che tutto sommato poteva anche essere ambientata altrove.
Come spesso accade, però, prima o poi arriva un momento in cui certe cose rigettate a lungo in angoli bui riaffiorano per caso, per una sollecitazione magari puramente occasionale.
Sì, perché questa storia – questo universo che si è andato assestando pian piano durante questi anni sulle pagine del romanzo che oggi rappresentano a pieno il punto d'approdo di un lungo percorso accidentato e a volte travagliato (sul piano s'intende delle scelte narrative personali) –, è capitata sulla mia strada in modo del tutto fortuito.
Per quel che mi riguarda, non avevo alcuna idea che a Palma di Montechiaro un regista, Nello La Marca, stesse svolgendo dei laboratori con l'intento di raccontare le contraddizioni di un microcosmo in cui ancora l'emigrazione era una risorsa socio-economica non indifferente, la marginalità una condizione atavica, l'immigrazione una realtà non meno consistente dell'emigrazione...
Così, quando un giorno, dopo un anno credo di lavoro sul territorio, Nello La Marca ha chiesto di incontrarmi, io non avevo idea neanche dell'esistenza di un posto chiamato Palma di Montechiaro.
Quel primo incontro durò un paio d'ore. Davanti a un bicchiere di vino, Nello cercò di raccontarmi quello che era venuto fuori dai laboratori: un padre, come tanti, emigrato in Germania che voleva portare con sé un figlio, il quale non voleva andare; una terra in cui era seppellita una madre morta di cancro; un clandestino che, approdato in quelle spiagge, come una sorta di «novello Ulisse», raccontava la sua storia a un vecchio per poi finire subito nelle mani dei carabinieri; un universo di credenze al limite della superstizione radicate nella cultura del luogo... Mi parlò anche, in quella occasione, di una leggenda molto diffusa sul territorio: la storia di un turco che arriva e porta un tesoro... Accanto a queste idee, un punto fermo, il fatto che il protagonista avesse un amico che come mestiere riparasse cucina a gas a domicilio... e che fosse un po' il suo confidente. Durante gli spostamenti dei due amici sul territorio si sarebbe potuto anche dare conto della natura di quei luoghi così significativi non solo in termini di definizione di un contesto urbano e naturalistico, ma anche in termini umani, almeno così intuii, visto che davvero non avevo idea di quei luoghi e quei contesti.
Alla fine di quella prima esposizione, pensai che c'era del materiale per un ottimo documentario. Non capivo cosa io avrei potuto fare più di quanto loro non avessero già fatto, raccogliendo quelle testimonianze collettive che Nello La Marca mi aveva appena esposto nelle loro linee generali.
Così, quando il regista mi spiegò che all'origine di quel nostro incontro c'era la sua convinzione che a partire da quelle idee e prime ipotesi di articolazione narrativa si potesse ricavare una storia che andasse al di là del documentario, mi sentii chiamata in causa impropriamente, vista la mia diffidenza nei confronti di ogni forma di realismo programmatico in opere d'invenzione (non solo perché, come sostiene Nabokov, si finisce per far torto sia alla realtà che all'invenzione,ma anche perché, dopo la grandissima stagione del Neorealismo, credo che sia necessario provare a reinventarsi propri modi di raccontare questo nostro mondo così profondamente mutato sul piano anche della percezione del «reale»). Mi sembrava insomma che ci fosse una sostanziale incompatibilità tra la mia idea di letteratura e un progetto di matrice documentaristica che, se trasposto in un'opera d'invenzione appunto, poteva rischiare di tradursi in una storia fragile o troppo generica.
Insomma, il vino e le parole non riuscirono a sciogliere le mie riserve.
Forse tutto si sarebbe concluso lì, come spesso accade, se Nello La Marca non mi avesse strappato la promessa di recarmi con lui a Palma di Montechiaro per una visita di un giorno. «Solo per vedere e rendersi conto».

«Solo per vedere e rendersi conto che... non si poteva dire di no dinanzi a un posto come quello...» mi ritrovai a pensare e a pronunciare, mio malgrado, quando in una bella giornata d'autunno vidi stagliarsi contro una colata d'azzurro il dente monco del Calvario, prima monastero e poi lazzaretto, con la croce nera conficcata in mezzo a quel cielo incongruo... «Solo per finire risucchiata nel fascino perverso di un paese che avrebbe dovuto respingermi», mi dissi, non appena cominciai a percorrere le strade del centro storico scavate tra palazzotti cadenti – il cui disperato decoro era spesso sconciato da innesti di garage e superfetazioni – o assediate da palazzine nuove che sembravano cresciute ognuna per sé, per poi coagularsi in teorie spettrale di facciate grezze condannate a un grigiore perenne... «Solo per provare un senso di smarrimento» dinanzi alle lapidi dei profughi ignoti in un angolo remoto del cimitero del paese, conficcate lì, in quel fazzoletto di terra, come a testimonianza di un culto dei morti incondizionato, rigurgito irriducibile di civiltà sopravvissuta secoli.
Tanto più che quella visita al cimitero era seguita a un percorso in auto che prima si era inoltrato nella calura della campagna sino alla insospettabile bellezza di un costone roccioso, selvaggio, bianco, a picco su un'unghia di spiaggia e su un mare che sembrava avere tutti i tratti di un qualche angolo del Nuovo Mondo, e poi si era arenato in una spiaggia più «addomesticata», più urbanizzata, con tutto ciò che questo spesso implica in una terra dove fatica a farsi strada l'idea di spazi urbani ed extraurbani condivisi, e non piuttosto occupati abusivamente... Una tappa che si era trasformata, per quei casi fortuiti che a volte riescono a sintetizzare la natura di un luogo, in una sorta di pellegrinaggio nella terra desolata dei senzaterra. La notte c'era stato uno sbarco e adesso la spiaggia di ciottoli era una distesa penosa e sconcia di relitti, come se la concitazione dello sbarco si fosse congelata, anzi... mineralizzata in quelle masse informi e quasi solide di indumenti, scarpe, sacchetti e bottiglie di plastica disseminati ovunque certo, ma come concentrati soprattutto lungo una comune via di fuga... verso i campi e le serre. Così almeno mi parve.
Non so se fu dunque per un gioco di associazioni abbastanza facile che quella immagine del mare pesante di detriti naufragati lungo la costa si andò a saldare subito con la visione delle serre dilaganti nella campagna. Fin da quella prima visita infatti le distese di tunnel si delinearono nella mia immaginazione come «un mare finto», una sorta di approdo plastificato, icona di un mondo dove col tempo avrei scorto sempre più tracce di una modernità maldigerita, spesso intesa come mera possibilità di accesso al mercato globale e ai suoi beni di consumo (magari altamente tecnologici) o piuttosto come adozione di movenze e mode da esibire con disinvoltura quasi a voler rivendicare, a volte goffamente, una sorta di appartenenza al mondo, dove l'idea di «mondo» coincideva con l'immaginario massmediatico più o meno giovanilistico o divistico consacrato dalla televisione.
In serata, mentre ci allontanavamo dai profili sempre più scuri e inquietanti di quel posto per me insospettato che, con le sue sconcertanti contraddizioni, adesso esigeva attenzione e soprattutto una voce in cui incarnarsi, sapevo già che non sarei più riuscita a eludere il confronto, o forse lo scontro corpo a corpo, con quella che era pure la mia terra.
E sapevo anche che la vicenda che avrei raccontato sarebbe stata in primis la storia di due destini incrociati in modo sempre più viscerale: una storia di emigrazione più o meno coatta e una di immigrazione più o meno scelta. Proprio in quel «più o meno» si sarebbero condensate tutte le lacerazioni che sentivo coagularsi in quel mondo capace di suscitare sentimenti uguali e contrari: attrazione e repulsione, coinvolgimento e voglia di fuga, desiderio di comprenderne la natura tutt'altro che scontata e istintiva stigmatizzazione tout court di un mondo asfittico, così scopertamente inadeguato a offrire un futuro, o forse anche soltanto un presente...
Quel che non sapevo era quanto potesse essere poco conciliante, duro, un mondo così a lungo rifiutato. Niente compromessi, svicolamenti, consolazioni, sconti.
Forse per questo, una volta scritta La Terramadre, dove molti dei protagonisti vivono divisi tra un'identità lacerata e un mondo personalissimo (un altrove privato fatto di credenze al limite della superstizione, di visioni più o meno idealizzate del viaggio verso una nuova vita, di ostinate rivendicazioni di riscatto socio-economico e di un altrettanto ostinato attaccamento a un universo di leggende puntualmente negate dal principio di realtà), dopo aver scritto insomma una storia in cui è proprio la fedeltà alla terra che non basta più in un ironico, drammatico, contrappunto con il titolo... reincarnando quella vicenda e quei personaggi nel romanzo, ho finito per andare oltre o forse soltanto per far affiorare quel che ancora in parte era rimasto nascosto, probabilmente anche a me stessa, cioè quanto quel mondo lì si rivelasse in realtà un coagulo di brandelli in cui si faticava a trovare un'unità, una matrice, una volta che se ne scardinasse quell'intelaiatura sociale e culturale che sembrava tenerlo insieme con parole d'ordine pronunciate in modo più o meno scoperto (bisogna adattarsi, adeguarsi alle circostanze...) Insomma, ho l'impressione che in Senzaterra quella terramadre, oggetto di desiderio frustrato, sia finita per deflagrarmi tra le mani.
Come accade ad esempio con il dialetto che, privato il più possibile di ogni purezza espressiva e di ogni riconoscibilità locale, nel romanzo diventa una lingua imbastardita, oggetto di una deformazione spesso al limite della verosimiglianza, soprattutto quando a parlare sono i giovani, che non sono più, non possono essere più, semplicemente giovani palmesi, come il dialetto non è, né vuole essere in nessun modo, il dialetto dell'agrigentino, ma una lingua deflagrata e dissestata, non meno dell'italiano d'altra parte.
Insomma ho l'impressione che nel romanzo ho finito per declinare una condizione più da orfani che da figli delusi.
Una condizione in cui in verità mi pare riecheggi lo smarrimento di questi tempi in cui sembra non rimanga più nulla cui rimanere fedeli... e nemmeno una terra dove andare, una volta che la tua terra hai finito per interrogarla sino in fondo, anche a costo di ritrovarti tra le mani un libro così... senzaterra, appunto.

Senzaterra
Foto di Totò Bongiorno
Immagine di copertina elaborata a partire da una foto di scena del film La Terramadre,
di Nello La Marca
Data pubblicazione
2008
Editore
Einaudi
Collana
L'Arcipelago
ISBN
8806193775
Pagine
174
Prezzo
€ 12,50
Privacy Policy