Evelina Santangelo
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21 Novembre 2008
Giornale di Sicilia
Gli emigranti «Senzaterra» di Santangelo
Disperazioni parallele nell'ultimo libro della scrittrice palermitana
di Giampiero Cinque


Il romanzo «Senzaterra» (Einaudi) della palermitana Evelina Santangelo (che sarà presentato oggi alle 17.30 a Palermo, al Kursaal Kalhesa) si apre con una favola che contiene la promessa di un incontro. Questa promessa è anche la promessa del libro, il suo incrocio risolutivo. «Paìsi di morti», luogo che pare «mozzicato dai topi». È questa la geografia misera in cui si svolge la storia: una cittadina siciliana che si direbbe ferma in un tempo arcaico, se qualche segno sparso, un computer o un poster di Valentino Rossi, non rivelasse tracce di stridente modernità. Da qui il giovane Gaetano non vuole muoversi per seguire il padre emigrato in Germania. Crede di avere dei punti fermi e irrinunciabili, gli studi per l'ammissione all'università, la zia Concetta, la tomba della madre. Non è come i nordafricani che a testa nuda o coperta dal kefiah lavorano nelle serre di don Michele, uomo di rispetto che assume Gaetano per la gestione dei libri paga dai lavoratori, quello da tenere alla luce del sole e quello degli «irregolari» da chiudere sotto chiave. Sarà l'incontro con uno di questi, un clandestino sopravvissuto a un naufragio, a far vacillare le certezze di Gaetano («meglio morire di fame a casa propria») e a strapparlo ai suoi confini. Con un epilogo che interpreta il senso del brano di Gibran che precede il testo, si chiude una vicenda scolpita in gran parte con lo strumento del dialetto, una narrazione apparentemente lontana dai lievi intrecci del «L'occhio cieco del mondo», il premiatissimo libro d'esordio della Santangelo, ma in realtà fedele a una vocazione per la concretezza e a uno sguardo sobriamente compassionevole.
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