Evelina Santangelo
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19 Novembre 2008
Firenze La Nazione
Leggere per non dimenticare
Estraneità e sradicamento in quei «senzaterra» di Evelina Santangelo


«Potrei dire che questa storia sia nata da un lungo rifiuto. Per molti anni ho eluso il confronto con la Sicilia, perché mi sembrava che dovessi fare i conti con la mia identità variegata di esperienze anche non isolane prima di definire il mio rapporto con la terra. Come spesso accade, però, arriva un momento in cui certe cose rigettate a lungo riaffiorano per caso. Quando Nello La Marca (regista di quello che sarebbe stato il film La Terramadre di cui avrei finito per scrivere soggetto e sceneggiatura) mi parlò per la prima volta di un paese chiamato Palma di Montechiaro, io non avevo alcuna idea che esistesse un posto così, in cui ancora l'emigrazione era una risorsa socio-economica non indifferente, la marginalità una condizione atavica, l'immigrazione una realtà non meno consistente dell'emigrazione... Quando mi convinse a recarmi con lui in quel paese dell'agrigentino, di gattopardiana memoria (dove nel 1960 Danilo Dolci aveva organizzato un famoso convegno sulle Condizione di vita e di salute in zone arretrate della Sicilia occidentale), non sospettavo affatto che sarei stata risucchiata dal fascino perverso di un posto capace di suscitare sentimenti uguali e contrari: coinvolgimento e voglia di fuga da una realtà così palesemente ancora inadeguata a offrire un futuro, o forse anche soltanto un presente... né sapevo che avrei provato un senso di tale smarrimento dinanzi alle lapidi dei profughi ignoti sistemate in un angolo del cimitero del paese, a testimonianza di un culto dei morti incondizionato. Una traccia di civiltà sopravissuta secoli, pur in quel paesaggio dominato da un «mare finto» di serre in cui si annidavano tracce di una modernità spesso maldigerita ed esteriore. Così, in serata, mentre ci allontanavamo dai profili sempre più scuri, inquietanti, di quel paese remoto eppure così limitrofo, sapevo già che non sarei più riuscita a eludere il confronto con quella che era pure la mia terra. Quel che non sapevo era quanto potesse essere poco conciliante, duro, un mondo così a lungo rifiutato. Forse per questo, una volta scritta la sceneggiatura de' La Terramadre, una storia in cui, in un ironico, drammatico contrappunto con il titolo, è proprio la fedeltà alla terra in sé che non basta più... reincarnando quella vicenda e quei personaggi nel romanzo, ho finito per andare oltre il desiderio frustrato di identità, declinando una condizione più da orfani che da figli delusi, una condizione in cui in verità mi pare riecheggi lo spaesamento di questi tempi». Evelina Santangelo
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