Evelina Santangelo
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19 Novembre 2008
la Repubblica - Firenze
Trenta righe del romanzo
di Anna Benedetti


Dal libro, che sembra declinare la condizione di smarrimento di questi tempi privi di qualsiasi cosa a cui rimanere fedeli e anche di una terra dove andare, una volta che la tua terra è stata interrogata fino in fondo, ho scelto le seguenti righe (pag. 93-95): «Riluttante, si stacca dalla parete, va verso il computer sistemato in un angolo della scrivania e come immerso in una sua vita segreta, del tutto indifferente al disordine di libri e carte sparsi sul ripiano (...) Batte l'indice e il medio sui tasti, chiude la pagina, il collegamento, il programma. Torna alla trasparenza azzurra del desktop che gli invade il viso. Si alza. Ruotando piano la maniglia della porta a vetri, esce sulla terrazza. Abbassa gli occhi verso il caotico ammasso di tetti e cavi volanti e pensiline abusive, punteggiato di cisterne bluastre e grigie. Ne scorge una abbandonata proprio sotto la terrazza, su una copertura, qualche metro più in là: il bordo sfilacciato, le maglie d'amianto ridotte a una ragnatela inerte. - Eternit beviamo, - mormora a fior di labbra. Poi allunga lo sguardo verso il profilo nero del Calvario che si staglia in lontananza e incombe come un grosso dente aguzzo, sconciato in cima da un focolaio di carie. - Ma che terra è? Che paese è? Che gente siamo? - Scostandosi dal parapetto, scivola verso la scrivania. Svogliatamente si mette a scorrere le pagine del libro di Estimo lasciato aperto sul tavolo, la matita blu e rossa incastrata in mezzo. - E che dobbiamo stimare, - dice, con un sorriso amaro, poggiando la testa sulle pagine gonfie di sottolineature. Suo padre lo trova così, con quelle labbra piegate appena in una smorfia, la testa sul ripiano del tavolo, immersa nel chiarore azzurro del video ancora acceso, le braccia abbandonate, penzolanti nel vuoto. - Tanì, - gli sussurra, toccandogli con una mano la spalla. Lui alza il capo, fa vagare lo sguardo intorno, lo ferma sui capelli scarmigliati e incredibilmente grigi del padre, sulla faccia pallida. - Comu fazzu... - biascica in quel suo dormiveglia, agitato. - Comu fazzu... Suo padre gli poggia il palmo della mano sulla testa, coprendogliela fino alla nuca. Con due dita accarezza quel neo di sua madre cresciutogli chissà quando tra la radice dei capelli: - Va cùrcati, Tanì. Dormi... - Prendendolo delicatamente da sotto le ascelle, lo tira su».
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