Evelina Santangelo
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2 Ottobre 2008
La repubblica.it (Spettacoli & Cultura)
Conversazione in Sicilia
Il carteggio del sociologo Danilo Dolci con Aldo Capitini e la stagione dei diritti civili
«Senzaterra» di Evelina Santangelo, canto d'amore e di fuga dal nulla
di Dario Olivero


FAME Nel 1952 e ancora nel 1955, non nel 1200, in Sicilia c'erano bambini che morivano di fame. Letteralmente. Morivano denutriti, si spegnevano davanti ai genitori silenziosi, nel chiuso di case con il pavimento dello stesso fango delle strade senza fognature. Allora qualche medico si inventava che era colpa di qualche parassita, qualche infezione, ben sapendo che un bambino a sei mesi non può pesare meno di tre chili ma anche che non si può morire di fame in un paese civile. Un uomo arrivato in Sicilia dal Carso smise di mangiare. La sua mente e il suo corpo non potevano accettare cibo come se nulla fosse. Si chiamava Danilo Dolci, era uno degli italiani di cui ci si può sentire fieri. Di quel primo digiuno di protesta, in cui la politica trovava un nuovo doloroso linguaggio Dolci informò giornali e istituzioni, partiti e cosiddetta società civile. Gli rispose un solo uomo, Aldo Capitini, un altro italiano di cui ci si può sentire fieri. Aveva teorizzato e praticato per primo la non violenza come forma politica. Nella sua vita aveva fatto le galere fasciste, aveva avuto, lui animato da profondo spirito religioso, i suoi libri messi all'indice dal Vaticano, favorito la legge sull'obiezione di coscienza, organizzato la prima marcia della pace e tante altre cose che racchiudere in poche righe è un insulto. Parte di queste si trovano nel carteggio che nacque tra i due e che ora viene pubblicato da Carocci con il titolo Aldo Capitini Danilo Dolci, Lettere 1952-1968, anno della morte del filosofo (a cura di Giuseppe Barone e Sandro Mazzi, 25,50 euro). Dentro ci sono consigli, riflessioni, appunti anche molto semplici e pratici sulla battaglia che Dolci stava combattendo in Sicilia contro la povertà, la fame, il controllo dell'acqua, l'ignoranza che portò in Sicilia un movimento che può essere considerato quello dei diritti civili americani di là da venire. Non era siciliano, Dolci. Era uno di quelli che ogni tanto arrivano in quella terra e anziché calare in quella realtà la ragione olimpica e arrogante dell'uomo occidentale, lascia cadere tutto e attraversa la linea d'ombra. E capisce. E se non se ne va terrorizzato da ciò che ha visto, rimane. E diventa parte sana di questa storia. FUGA SENZA FINE Se, come è evidente, si riesce a leggere il linguaggio di Camilleri si può leggere anche quello di Evelina Santangelo. La curatrice di uno dei libri più importanti usciti in questi anni, Terra matta di Vincenzo Rabito, ha scritto «Senzaterra» (Einaudi, 12,50 euro). Nel libro quasi tutti i dialoghi sono in dialetto. Quelli tra un nonno che ha fatto il sogno di un turco che un giorno giungerà dal mare per portargli un tesoro e suo nipote. Tra un padre che odia la Sicilia che gli ha portato via la moglie per cancro in cambio di nulla e ha trovato dignità e riscatto in Germania e il figlio che non vuole raggiungerlo per una promessa fatta alla madre morta. Tra i ragazzi di un paese chiusi in una gabbia come conigli. Tra i vivi che rimangono in un limbo da cui non si può non partire e i morti che non lasciano partire. Tra gente che sa che cosa vuol dire la paura e la speranza di un lavoro quando un barcone carico di disperati affonda al largo e i morti si arenano sulla spiaggia. Tra le donne di casa rassegnate allo scorrere delle cose senza un perché, un «picchì»: «Picchì le varche affunnànu. E picchì la terra è asciutta comu 'na vacca invicchiuta... e picchì s'avi a pàrtiri per forza pì un po' di travagghiu bono... e picchì s'avi a stare accussì... luntani... tutti luntani». Leggete e rileggete questo strano suono e capirete la forza di queste domande come si capisce il dolore nella musica o la gioia nelle voci confuse dei bambini che econo da scuola. E sentite la semplice tragedia umana della risposta: «Picchì lu suli è in cielo e la terra è in terra», perché il sole è in cielo e la terra in terra.
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