Evelina Santangelo
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27 Dicembre 2008
La Stampa - Tuttolibri
Senzaterra. La Sicilia di Santangelo «traduttrice» di Rabito e Firmino
Tra veglia e sonno Gaetano e Alì si aggrappano all'isola
di Domenico Scarpa


Uno scrittore è sempre più avanti di quello che scrive: quando pubblica un libro già pensa a qualcosa di nuovo; il suo lettore sarà sempre in ritardo. Per accostarsi a Senzaterra di Evelina Santangelo, quel ritardo bisogna aggravarlo mettendosi ancora più indietro, perché questo suo quarto romanzo, che ne segna la piena maturità, è il risultato diretto del lavoro letterario che ha svolto negli ultimi anni.
Non alludo solo al romanzo precedente, Il giorno degli orsi volanti (Einaudi). La Santangelo ha dedicato ben tre anni all’edizione di Terra Matta di Vincenzo Rabito, e con questo ha aggiunto un nuovo classico alla letteratura italiana. Quella prova straordinaria di scrittura popolare, un italiano ferratissimo e incolto che scoperchia mezzo secolo di storia della «buttana madrepatria», ha lasciato il segno. Così come ha lasciato il segno la fatica da formica che ha prodotto la splendida traduzione, tra le più prensili vista negli ultimi anni, del Firmino di Sam Savage.
Curatori e traduttori stanno nell’ombra, l’opera narrativa si fa vedere; ma Sezaterra sbuca da quell’ombra, sbuca dal disgusto che il topo Firmino prova nel guardarsi allo specchio (ed è questo il vero tema della sua storia, non la sua passione per i libri) e sbuca dall’intransigenza linguistica con cui Rabito ci racconta la sua vita di compromessi giornalieri per campare.
Senzaterra poteva essere uno dei tanti romanzi che fotografano l’immobilità, la vita bloccata della Sicilia: siamo, stavolta, in provincia di Agrigento. Una storia di gioventù strozzata, di famiglie sottovuoto, di emigrazione coatta, di mafia che si vede e si respira: già visto, e poco interessante di per sé. Il valore di questo libro sta tutto nella reinvenzione linguistica di un tema civile. In questi anni leggiamo molti libri in dialetto o in semidialetto. Quasi sempre sono libri furbetti, facilissimi da leggere, come se vivessimo nel paese da dove l’autore fa finta di parlare. Senzaterra è diverso. È un libro molto attento ma non furbo. Il suo dialetto s’impiglia nella gola. Non è, per fortuna, una lingua filata, ma un ritmo accidentato, arrugginito, perplesso. Una lingua spettinata: e al pettine mancano diversi denti. È con questa lingua che la Santangelo racconta la storia di Gaetano che si ribella sia al restare in paese sia all’andarsene in Germania con suo padre, che lassù si è messo in sesto, e che si ribella sia all’onestà chiusa della sua famiglia senza madre sia alle regole di una mafietta rurale apertissima allo sfruttamento degli immigrati.
Molte delle parole adoperate dalla Santangelo, soprattutto i verbi, sono sdrucciole, con l’accento sulla terzultima sillaba. L’ansia della lingua le sfila il ritmo: e la ritroviamo anche in quel titolo scritto tutto difilato, che significa il contrario di quello che sembra; perché Senzaterra è il libro dove per la prima volta l’autrice ha saputo toccare terra, e scrivere la sua Sicilia per esteso. Gli Orsi erano una storia fantastica fluttuante a mezz’aria; la sua geografia era intensa e vaga. Qui è avvenuto un cambiamento simile a quello capitato a Bassani, quando invece di scrivere «F.» cominciò a scrivere «Ferrara». In Senzaterra c’è una specie di geroglifico linguistico che finalmente si lascia decifrare. Così, scorticandosi la pelle sugli scogli, le storie di Gaetano e di Alì, salvatosi dal naufragio, troveranno il modo d’incrociarsi. E potranno trovare una risposta anche le parole che Gaetano  ripete  a vuoto, tra veglia e sonno: «Comu fazzu... Comu fazzu...».
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