Evelina Santangelo
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10 Gennaio 2009
Avvenire
Santangelo, emigrazioni ed enigma dialettale
di Massimo Onofri



Non mi è per niente facile formulare un giudizio sull’ultimo romanzo di Evelina Santangelo, narratrice assai interessante alla sua quarta prova narrativa e traduttrice del fortunatissimo Firmino. Che cos’è Senzaterra? Un paese della costa siciliana, degradato e intossicato, quasi sempre «scorticato dalla luce tersa del sole», cui approdano clandestini dal Nord Africa: spesso cadaveri. Un protagonista. Gaetano, che studia per entrare all’università e non vuole raggiungere il padre, immigrato da molto tempo in Germania e che, ora, vuole aprirvi un bar. Una madre al cimitero, morta di cancro (per insalubrità ambientale?), col cui fantasma Gaetano ha contratto un sacro impegno: non abbandonare mai la sua terra. Gli amici e i nemici d’una risentita ma determinata giovinezza: da Liborio a Marcello. Le coetanee: Agata, Nadia. Continue escursioni temporali: dal presente conflittuale alla venturosa infanzia, quella dei racconti del nonno sul «turco», che appare nei sogni e giungerà dal mare a portare fortuna. Quel «turco» che, un giorno, arriva davvero: il co-protagonista Alì. Due emigrazioni a confronto: gli italiani di ieri nell’Europa del Nord, i nordafricani di oggi in Sicilia. Una serra in cui si producono ortaggi, ma gestita da un mafioso: dove le vite di Gateano e Alì si confronteranno. Chi sarà dei due il vero Senzaterra?
Santangelo è passata dalla Sicilia ancora vaga (e, in un certo senso, fiabesca), dal bell’italiano del Il giorno degli orsi volanti (2005), agli inserti aspramente dialettali di Senzaterra. Nel frattempo, infatti, c’è stata la curatela di quel singolarissimo e spettacolare (in accezione neutra) libro che è Terra matta di Vincenzo Rabito: un libro-cunto, che solleva un’oralità quasi non alfabetizzata a livello d’epopea. Probabilmente quella musica le è rimasta dentro: ed è arrivato questo dialetto di crudele verità e straordinaria musicalità, lontano dal conformismo neo-macaronico ora in voga, ma anche da quello, ammiccante e di facilissimo consuma, inventato da Camilleri. Ma qual è il senso profondo di questa operazione, nel quadro dell’attuale ricerca letteraria? Per provare a rispondermi, vorrei tornare agli anni in cui tali problematiche erano all’ordine del giorno: a La terra trema (ancora il termine «terra» che ritorna), in cui il neorealismo estetizzante di Visconti si provò a declinare in chiave progressista – sostituendo alla ferocia fatale del destino quella d’un ordine sociale repressivo –I Malavoglia di Verga. Risultati? Verga, nel suo capolavoro, non faceva letteratura: i pescatori di Visconti risultano, invece, letterari. Quanto in Verga era scritto – vivaddio – nella brutta copia della vita, da Visconti fu purtroppo rimesso in bella: di qui il calligrafismo del suo dialetto. Ma, soprattutto, ciò che in Verga era un’ipotesi gnoseologica, guadagnata per stupefacente via prosodica, con conseguenze di filosofia della percezione, in Visconti diventa lirismo regressivo.
Torno a Santangelo: che non sta con Verga, ma ancora meno con Visconti. Dove sta e, soprattutto, dove va Santangelo? Una risposta chiara non riesco ancora a darmela. Una valutazione neanche. Ma credo che il problema – l’unico che abbia vero senso per questo libro e per il dibattito letterario sul dialetto – vada sollevato con forza.

La scrittrice siciliana
indaga nuovi sentieri della lingua, lontana
da ammiccamenti
alla Camilleri
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