Evelina Santangelo
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21 Gennaio 2009
La Repubblica - Palermo (Cultura & Società)
Io, Palermo e il suo malessere.
La scrittrice Evelina Santangelo dà vita a un corso di narrazione in città: un´occasione per affrontare il suo rapporto con le radici conflittuale e viscerale.
di Claudia Brunetto


Le avevano detto che con una laurea in Lettere moderne non sarebbe arrivata da nessuna parte. Invece Evelina Santangelo, dopo un´esperienza di studio alla Cornell University (Ithaca, New York), è approdata alla scuola Holden di Torino e successivamente alla casa editrice Einaudi. Da lì il suo legame con la scrittura è diventato indissolubile e quello con la sua città, Palermo, pieno di luci e ombre che negli anni hanno nutrito anche i suoi libri.

Adesso, dopo tanti anni trascorsi lontano dalla Sicilia, principalmente a Torino, la Santangelo, ha deciso di proporre per la prima volta nella sua città natale il corso "A lezione dai maestri della narrazione. Tre viaggi in tre racconti. Lezioni propedeutiche e fondamentali per chiunque voglia approfondire l´arte della scrittura".

Un´analisi degli autori e dei loro testi che cerca di penetrare universi letterari distanti che diventano poi luoghi dell´anima e territori di avventure interiori per i lettori. Il corso è organizzato dall´associazione culturale Metamorphosis che ha sede a Palermo e si propone di essere "una voce del Sud" che dialoga con il resto del panorama culturale e artistico italiano.
«Sono le lezioni che amo di più - dice l´autrice - quelle in cui davvero si comincia a capire di cosa è fatta l´arte della scrittura andando "a lezione" da alcuni grandi maestri della narrazione appunto, come Hemingway, Faulkner, Carver. Per capire soprattutto come hanno fatto a dar forma al loro modo di sentire il mondo». Un ottimo spunto, questa sua prima volta a Palermo, per sondare il suo grado di palermitanità, meno evidente rispetto ad altri scrittori.

Evelina Santangelo, qual è il suo rapporto con la città di Palermo? E come è cambiato negli anni?
«Negli anni dei miei studi liceali, Palermo era per me una città spaccata in due: abitavo nella zona nuova e frequentavo il liceo Vittorio Emanuele II, nel cuore del centro storico. Due mondi inconciliabili che vivevano vite parallele e separate. Gli studi universitari e gli anni immediatamente successivi hanno segnato l´inizio di un intimo rapporto conflittuale. Cominciavo a impegnarmi in battaglie che mi sembravano obbligate in una città in cui la mafia aveva inoculato profondamente i suoi germi nel tessuto urbano così come in quello culturale. Così, quando, dopo la stagione delle stragi, lasciai Palermo per andare a studiare, prima negli Stati Uniti e poi a Torino lo feci con un senso misto di disincanto, non-speranza e desiderio di sfida nei confronti di una terra che mi sembrava dilapidasse il suo patrimonio di intelligenza, cultura e passione civile».

E di cosa è fatto il suo vivere quotidiano a partire da quel microcosmo del centro storico in cui risiede?
«Oggi vivo con Palermo un rapporto a singhiozzo. La collaborazione con la casa editrice Einaudi e l´insegnamento alla scuola Holden mi hanno portato, ormai da dieci anni, ad andare su e giù tra Palermo e Torino. Però, paradossalmente, più lavoro fuori più sento un legame viscerale con questa città, sento le sue contraddizioni, il suo malessere come qualcosa che mi riguarda e che non posso eludere. Per questo ho scelto di non trasferirmi definitivamente altrove e di abitare proprio nel cuore del centro storico che ho visto trasformarsi negli anni, perdere i mestieri storici ad esempio, mentre si riversava in quegli stessi vicoli, accesi di pub e locali, una vita nuova e diversa, grazie alla quale, pian piano, la città nuova è tornata ad abitare la città vecchia. Certo, a volte, qui più che altrove, si ha la netta sensazione che prevalgano logiche del tutto diverse da quelle che regolano l´ordinaria convivenza civile, che ci sia "un´altra legge" più forte di quella legge uguale per tutti, patrimonio e garanzia di tutti, che è poi il fondamento stesso di una società davvero civile».

A cosa non rinuncerebbe mai della sua terra, e cosa trova altrove che qui, a suo avviso, non ci sarà mai?
«Non rinuncerei al senso di dignità e alla combattività che serpeggia spesso pur nella non-speranza. Ho l´impressione che qui si possa ancora, a volte, imbattersi in figure davvero titaniche per passione, intelligenza, abnegazione, figure che vivono magari esistenze ordinarie, come padre Puglisi, che fu tra l´altro mio insegnate di religione al liceo. E questo perché troppo spesso la nostra terra costringe la sua gente a compiere scelte radicali per conquiste che altrove sono diritti ordinari. Ecco, sono questi diritti ordinari che qui mi mancano. Prima di tutto, ad esempio, il diritto di poter dimostrare quel che si è in grado (o non si è in grado) di fare ed essere giudicati per questo, non per altre, labirintiche, ragioni».

Come si lega la sua sicilianità, o meglio la sua palermitanità alla scrittura, partendo anche dal suo ultimo libro "Senzaterra", pubblicato lo scorso anno da Einaudi?
Senzaterra è il primo libro in cui ho provato a raccontare la storia di un rapporto difficile con le proprie radici. Non è un caso, certo, che quella terra di cui narro sia la Sicilia e che il protagonista viva il dramma di chi fatica a riconoscersi in quello che dovrebbe essere il proprio mondo, dominato com´è dall´arroganza, dalla rassegnazione, da un´idea di modernità provinciale e distorta o ancora dalla ricerca più o meno velleitaria di una qualche via di fuga. Eppure Gaetano, il protagonista, pur sentendo la sua terra franargli sotto i piedi, finisce per rendersi conto che anche "emigrare", strapparsi la terra di dosso e lasciarla al suo destino, è comunque una sconfitta. E comunque, in generale, il modo in cui ho sempre trattato la lingua, il modo in cui ho sempre ricercato una particolare espressività, anche quando non ho raccontato esplicitamente della mia terra, sono una traccia fortissima ed evidente della mia identità siciliana. E infine anche l´ossessiva attenzione verso la marginalità, verso tutti i possibili "sud" dell´esistenza».


http://palermo.repubblica.it/dettaglio/Io-Palermo-e-il-suo-malessere/1578618/1

 

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