Evelina Santangelo
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9 Marzo 2009
Siciliaonline speciale Sol-Vipsiciliani d'esportazione
Evelina Santangelo: «Vi racconto come una Senzaterra vive il suo rapporto con la Terramadre».
Dall'adolescenza all'emigrazione, dal ritorno al caso Englaro, confronto con una delle nostre scrittrici più apprezzate
di Barbara Giangavè



Anche nel rispondere alle domande di un'intervista, il suo stile è quello della scrittrice. Di una persona che è abituata a vivere di parole. La nobile arte della scrittura, in lei diventa il più efficace degli strumenti di comunicazione. Evelina Santangelo è una dei tanti palermitani costretti a spostarsi altrove per essere apprezzati, ma è anche l'eccezione che conferma la regola perché, almeno in parte, è riuscita a tornare nella sua città natale.

Classico esempio di chi vive perennemente con la valigia in mano, è comunque davvero in grado di poter rivendicare adesso un'appartenenza totale e completa nei confronti della sua terra. La stessa di cui parla nel suo ultimo lavoro.

Di solito partiamo dall'inizio, cioè dagli esordi di una persona. Con te vorremmo partire dalla fine, invece. Da questo tuo ultimo lavoro: Senzaterra, nato dalla sceneggiatura di La Terramadre. È strano pensare che un libro sia stato scritto sulla base di una sceneggiatura, e non il contrario. Perché questa scelta?
Non direi che sia stata una scelta. Le cose sono andate, in verità, un po’ per caso, almeno all’inizio. Nello La Marca, regista della Terramadre, stava lavorando da un po' sul territorio di Palma di Montechiaro ed era arrivato alla conclusione che quel mondo aveva bisogno non solo di essere documentato, ma raccontato da uno sguardo esterno, che avesse una specifica sensibilità per temi quali l’immigrazione, lo sradicamento, la marginalità, e un immaginario non strettamente realistico. Io avevo appena terminato di scrivere "Il giorno degli orsi volanti", una storia di sradicamento e di surreale utopia. Così, Nello La Marca mi ha chiamato, mi ha spiegato il progetto, mi ha portato a Palma di Montechiaro, facendomi scoprire un mondo che non conoscevo, ma che ha subito suscitato in me un doppio sentimento: senso di estraneità e desiderio di inoltrarmi in quell’universo che mi sembrava avesse un suo imprevedibile fascino. Man mano che cercavo di decifrarlo, avevo sempre più l’impressione che lì convivessero in modo macroscopico alcune contraddizioni insanabili della contemporaneità e che in quel doppio movimento di immigrazione ed emigrazione si condensasse la drammaticità di chi non ha più una terra in cui riconoscersi, per mille diverse ragioni. Tema, questo, che ho poi ulteriormente approfondito durante la stesura del romanzo, aggiungendo scene, limandone altre, lavorando a fondo sul piano della resa linguistica di una realtà dove il dialetto convive con linguaggi gergali, televisivi o globali.

«Se vuoi restare, te ne devi andare», scrivi. Quanto c'è di autobiografico in tutto questo?
Senzaterra è il primo romanzo in cui affronto in modo diretto il rapporto con la mia terra. È un libro che mi è costato moltissimo sul piano affettivo, emotivo, e anche sul piano delle scelte narrative. Mentre lo scrivevo, sentivo che ogni passaggio, per quanto non strettamente autobiografico, aveva a che fare in qualche modo, sotterraneamente, con qualcosa che mi riguardava, e cioè la mia identità in cui convivono scelte apparentemente inconciliabili: da una parte ho approfondito la mia formazione e poi sviluppato il mio lavoro fuori dai confini dell’isola, dall’altra però non ho mai reciso il cordone ombelicale con questa terra, dove di fatto ho la mia casa e i miei affetti, e dove dunque «abito». Quella frase che ho fatto ripetere alla fine a Gaetano, come fosse un mantra, («se vuoi restare, te ne devi andare»), è un po’ come il seme in cui è condensato un sentimento che ho l’impressione oggi sia molto diffuso tra i giovani più consapevoli non solo in Sicilia, ma in Italia: il sentimento di chi sa che nella terra bisogna che ci si riconosca, per poterla definire la propria terra, magari prendendo le distanze (culturali prima ancora che fisiche) da tutto ciò che ci sembra umili l’idea stessa di cittadinanza, e che fa di alcuni di noi «ospiti» in casa propria, come dice il padre di Gaetano, «ospiti» che devono starsene quieti «al loro posto» e «accontentarsi», ridimensionando le proprie aspirazioni... Che cos’è questo, se non un modo per negare cittadinanza ai giovani, che dovrebbero invece essere stimolati a «non accontentarsi» mai?

Nata e cresciuta a Palermo, ti sei realizzata professionalmente altrove. Dopo essere stata in America, adesso vivi tra Torino e il capoluogo siciliano: com'è il confronto tra la tua città natale e quella di adozione?
Non vorrei fare confronti. Torino è la città dove lavoro, dove ho costruito nuove importanti amicizie. A Palermo ho i miei affetti, degli amici carissimi, la mia casa... Dunque, ho sempre cercato di tenere insieme questi due mondi. Più in generale, direi che mi riconosco in realtà lavorative in cui devi dare moltissimo magari sul piano professionale, ma nello stesso tempo hai l’impressione che quel tuo lavoro abbia avuto un senso, una qualche finalità oggettiva, oggettivamente riconosciuta ed evidente. A volte qui ho la sensazione che la professionalità, il rigore, la solidità della formazione non siano il vero metro di giudizio. Una cattiva consuetudine che mi sembra si stia sempre più diffondendo su tutto il territorio nazionale con conseguenze gravissime, come la fuga continua dei nostri cervelli migliori. In più, credo si stia pericolosamente diffondendo in Italia un provincialismo culturale da strapaese, da provincia del mondo globale, che rischia di soffocare la libera manifestazione delle intelligenze, che per loro natura non tollerano confini, costrizioni, dictat culturali di nessun tipo e che infatti tendono ad abitare in una nuova controversa terra: internet.

C'è una cosa (la prima che ti viene in mente) che ti fa pensare subito a Palermo quando sei altrove?
L’odore del mare e della salsedine, che altrove non c’è o, se c’è, è un’altra cosa, ha una fragranza diversa, e soprattutto non mi evoca memorie che fanno parte anch’esse della mia identità. Certo, però, altrove mi accade di notare con piacere pure un’assenza meravigliosa: l’assenza di immondizia sparsa ovunque, che qui da noi è un po’ la rappresentazione più macroscopica di una sorta di (non generalizzato, ma certamente diffuso) disinteresse per la cosa pubblica, per i luoghi della quotidiana convivenza civile: le piazze, le strade... Disinteresse o, a volte, rassegnazione all’inciviltà, o meglio, a quella che mi sembra una spaventosa mancanza di amore, una forma di autolesionismo o forse anche la più evidente manifestazione di un’idea distorta di cittadinanza intesa come possesso insindacabile della città, e dunque implicita legittimazione a farne quel che si vuole, anche a sfregiarla. Ecco, questo malcostume imperante a Palermo credo faccia soffrire molti palermitani, me compresa.

A marzo terrai un corso di scrittura proprio a Palermo. Cosa ti aspetti da questa esperienza?
Mi chiedo piuttosto «cosa si aspettano quanti per tre sere verranno a lezione dai maestri della narrazione». Intenzionalmente, ho evitato di offrire un corso di scrittura creativa. E questo perché credo che la scrittura sia prima di tutto un’arte della lettura. Se non si prova a decifrare la specificità di un’opera letteraria o di finzione in genere, se non si prova a decifrare l’esperienza individuale e collettiva, come si può pensare di dare forma a un proprio mondo di invenzione? Tanto più che scrivere implica anche la capacità di cogliere (di leggere, dunque) le possibilità narrative implicite ad esempio in un certo nucleo di pensiero, in un’immagine di partenza, in una suggestione... Per il resto, spero che tutto ciò si traduca in una bella emozionante avventura nell’universo dei mondi narrativi che proporrò: tra scrittori americani molto diversi tra loro, autori di tre racconti che affondano la sguardo su aspetti capitali dell’esistenza o della condizione contemporanea.

A quali altri progetti stai lavorando?
Un testo per il teatro di natura satirica, comico-grottesca; una nuova traduzione, dopo la fatica gratificante di Firmino; un racconto non-di-finzione sulla Sicilia per un’antologia destinata ai lettori Olandesi, una sorta di Tour d’Italia in cui ogni autore racconterà un qualche aspetto della sua regione, a suo modo.

Quanto della tua formazione classica (sappiamo che hai frequentato il liceo Vittorio Emanuele II) ha influito sulla tue scelte di vita? Gli anni del liceo sono stati per me davvero fondanti. E' accaduto che, tra i banchi del Vittorio Emanuele II, ho cominciato ad appassionarmi davvero allo studio della letteratura, anzi, allo studio tout court. Sono stata fortunata. Ho avuto dei professori che mi hanno fatto amare non solo i grandi classici della letteratura greca, latina e italiana, ma anche la letteratura scientifica, l’arte... Ho avuto poi un grande maestro in mio padre, professore di latino e greco, studioso di letteratura italiana, ma anche di poesia albanese e antillana... nonché lui stesso scrittore, anzi poeta di grande sensibilità... Tutto questo mi ha permesso di leggere autori che di solito non si studiano a scuola, come Senghor, Césaire, o di scoprire mondi culturali come quello degli albanesi del Kosovo, in genere poco noti e poco ascoltati, nonostante già allora, nei primi anni Ottanta, ci fossero tutte le avvisaglie di quel terribile conflitto jugoslavo di cui tutti conosciamo gli esiti.

Da qualche parte abbiamo letto che pensavi d'iscriverti a Giurisprudenza. Se lo avessi fatto, cosa saresti diventata da grande?
Mah... non so se sarei riuscita a reggere a quel tipo di studio, però... se avessi intrapreso quella strada e fossi arrivata sino in fondo, mi sarebbe piaciuto fare il magistrato forse... Ho letto la sentenza della Corte d’Appello di Milano sul caso Englaro, ne ho ammirato l’equilibrio, la sobrietà e l’umanità, la puntualità. C’è una sorta di senso etico delle parole in quella sentenza, che mi sembra davvero un segno di grande civiltà, non solo giuridica. E c’è anche una richiesta implicita di attenzione, di ascolto da parte di chi, quella sentenza, dovrebbe leggerla prima di giudicarla. Troppo spesso oggi, invece, prevale il contrario, una continua mistificazione delle parole, dei loro significati, una continua presa di distanza dalle conseguenze che certe dichiarazioni implicano, strategie queste che contano su una cosa soltanto: la distrazione, indotta o ormai quasi connaturata, di chi dovrebbe ascoltare e farsi una propria idea.

A proposito del caso Englaro, prendiamo spunto dai tuoi scritti e, in particolare, dall'ultima delle tue riflessioni pubblicate sul tuo sito: "Se non ora, quando...". Parli di Beppino ed Eluana, tu che dici di tuo padre "è stato il mio maestro di vita". Come hai vissuto tutta questa vicenda?
Con tutta la partecipazione umana per questa famiglia colpita da un lutto terribile, che avrebbe dovuto suggerire più rispetto e poche parole misurate, anche nel dissenso. La soglia della vita e della morte, del dolore smisurato per una perdita, del desiderio di perpetuare il più possibile, anche inopinatamente, una vita è stato sempre un luogo sacro, privato, un luogo di silenzi attoniti, cui avvicinarsi perplessi in punta di piedi...

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