Evelina Santangelo
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Rassegna stampa
3 Febbraio 2009
La Repubblica - Palermo (Cultura & Società)
Sicilia, palude «Senzaterra»
di Salvatore Ferlita


Una volta chiuso l'ultimo romanzo di Evelina Santangelo, viene da pensare che la dolorosa materia narrativa che lo sostanzia sia il risultato di un vero e proprio «ritorno del rimosso». Nel senso che, prima di Senzaterra (Einaudi, 174 pagine, 12,50 euro), la scrittrice palermitana, facendosi carico di uno stile cristallino e controllatissimo, a volte spinto ai limiti di una certa freddezza da laboratorio, col suo sguardo rapace e attento aveva evitato di guardare in faccia la gorgone. Ossia di fare letterariamente i conti con la propria identità: laddove infatti, come nel romanzo Il giorno degli orsi volanti o nel racconto dell' antologia Disertori, sono presenti un qualche indizio isolano, il sospetto di una ambientazioni anche lontanamente riconoscibile, l' assillo prioritario dell' autrice è stato quello di cancellare le tracce, insomma di mescolare le carte.
La Santangelo, almeno finora, è stata la scrittrice isolana meno siciliana: e quindi sicuramente meno regionalistica, meno provinciale, rispetto ad alcuni suoi colleghi che per forza di cose, come quasi per sorta di condanna metafisica, non hanno fatto altro che mettere in primo piano le loro radici, spesso con esiti macchiettistici se non manieristici. Niente di tutto questo in lei, anche se la sua metageografia la poteva esporre a un rischio diverso, e però non meno pericoloso: quello di una annacquata visione delle cose.
Evitando dunque, da un lato, di rimanere folgorata dal fascino sinistro e demoniaco di una sicilianità devastante, e dall' altro, di rimanere intrappolata in una identità sbiadita e fuorviante, non solo letteraria s'intende, ma soprattutto antropologica, l'autrice di L' occhio cieco del mondo con Senzaterra ha finalmente immerso le mani nelle viscere sanguinanti della sua Sicilia.
E lo ha fatto come solo una scrittrice vera, ossia dotata di uno stile personalissimo e di un angolo di visuale estremo e irriducibile, poteva fare. Posando gli occhi oltretutto non su quella che poteva essere la realtà a lei più nota, ossia Palermo, città fagocitata dallo sguardo di tanti romanzieri; ma spingendosi oltre, fin dentro alla Sicilia dell' interno, in una provincia dalle perenni contraddizioni come quella agrigentina: eleggendo quindi a teatro delle vicende narrate Palma di Montechiaro, che a quanti hanno memoria letteraria non può che evocare il capolavoro di Tomasi di Lampedusa; e invece, a quelli che leggono la cronaca dei giornali, non può che richiamare in vita fantasmi difficilmente esorcizzabili: la mafia, che lì ha avuto da tempo immemorabile mano libera, l' emigrazione e oggi l' immigrazione, l' abusivismo edilizio, la cancellazione di ogni estetica.
La storia che infatti la Santagelo racconta, storia polifonica, fatta di un intrico di destini e di miserie, ha come sfondo una Sicilia dannata, una sorta di inferno ributtante. Sovrastato da una cappa di afa insostenibile, sconciato da brutture di ferro e cemento. A volte, in certe pagine del romanzo, si apre uno spiraglio, l' occhio registra una luminosità nuova e inattesa, solo quando però il mare fa capolino. E tuttavia, c' è un contraltare sinistro e devastante: il mare delle serre, la distesa di plastica che ammorba il paesaggio e la vita di chi è costretto a lavorarvi. E proprio in una di queste serre ci incrociano le esistenze di Gaetano, il cui padre emigrato in Germania vorrebbe che lo seguisse, in territorio tedesco, per aprire un bar, e lui invece desidererebbe rimanere nella sua terra, dove è sepolta la madre, dove le sue radici sono talmente aggrappate da non poter immaginare un espatrio. E quello di Alì, un nordafricano che non ha una terra, che ha fatto dell' anonimato e della precarietà le sue uniche condizioni di vita. Ma l' autrice vuol dirci che non c' è nessun destino scritto: che tutto è reversibile, che la terra delle radici, delle nostre origini, può trasformarsi in una palude mortale.

 

 

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