Evelina Santangelo
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2 Giugno 2009
La Repubblica - Palermo (Cultura & Società)
Il nuovo sentimento che serve alla Sicilia. La città e la mafia.
di Evelina Santangelo


Qualche mese fa è stata inaugurata a Palermo una mostra di Letizia Battaglia e Gaetano Cipolla dal titolo «Due o tre cose che so di lei», un progetto fotografico e figurativo il cui percorso comincia con un filmato, «Fine della storia», dove immagini girate in presa diretta si intrecciano con alcune foto storiche di Letizia Battaglia, documenti di quella mattanza di mafia che ha segnato in modo indelebile la storia recente di questa città.

Nel video c’è un corpo di donna che si aggira tra i luoghi reali della Palermo odierna e i luoghi-simbolo della sua memoria. Più che aggirarsi, però, quel corpo è innestato, come una presenza incongrua eppure assolutamente organica, tra le figure riverse dei morti ammazzati in ogni angolo di strada, i volti noti dei giudici-simbolo della lotta alla mafia, le immagini del degrado urbano che ancora oggi evoca quel sacco edilizio insanabile come un peccato originale.

Quella donna, che incarna sempre più il dramma di questa città, è una creatura indefinibile, matura e adolescente, forte e fragilissima, segnata dal dolore e capace di improvvisi furori, una creatura che però non si arrende e, come può, cerca di sanare ferite, evocare sentenze esemplari, ordinare memorie ineludibili o... strappare via da certi luoghi della sua città i fantasmi che la infestano, perché le strade tornino strade, il mare torni a essere mare, la città stessa torni luogo di convivenza umana e civile davvero condivisa.

Ecco, vorrei cominciare da quella nudità lì, così vulnerabile, e da quei gesti così contraddittori, risoluti, fragili, per provare a riflettere su un aspetto delicato riguardante la cultura di questa città, e in questa città, oggi.
E vorrei farlo, concentrandomi intanto sul suo «immaginario», intendendo con questa espressione il patrimonio di simboli e miti che sono parte integrante della cultura di un popolo.

A lungo è gravato sul nostro immaginario un imperativo: prima di tutto, dichiarare «ciò che non siamo e ciò che non vogliamo».

Se proviamo infatti a riflettere senza accomodamenti sulla realtà di Palermo (al di là di tutte le trovate promozionali o pubblicitarie), mi sembra che risulti abbastanza evidente come la mafia, il patto criminale stretto con una fetta del mondo politico e imprenditoriale, i morti che ha seminato, la sub-cultura che ha alimentato, gli abusi che ha perpetrato in decenni di controllo e stupro edilizio del territorio abbiano spesso dettato non solo l’agenda delle priorità, ma anche logiche di convivenza, comportamenti, paure... persino il modo di abitare la città, di percorrerla, nonché i modi stessi di rivendicare diritti o identità... sempre, prima di tutto, in contrapposizione nei confronti di quanto la mafia ha costruito o inoculato, in modo materiale e immateriale, nel tessuto di questa città e della sua gente.

Da qui, il senso anche di non poter raccontare Palermo o la Sicilia senza prima fare i conti con quell’immaginario schiacciante di morti, abusi, arroganza, o senza provare almeno a esorcizzarlo, disinnescandone la forza distruttiva esercitata prima di tutto nei confronti della nostra identità e del nostro stesso senso di appartenenza. Così è accaduto qualcosa di paradossale, e cioè che la mafia, più o meno indirettamente, ha finito, non dico per plasmare (che sarebbe eccessivo), ma per orientare il nostro immaginario, il nostro modo di pensare la città, il nostro rapporto con essa, insomma il sentimento lacerato e contraddittorio che nutriamo nei confronti di Palermo, della nostra terra tout-court... e di noi stessi, costretti a definirci in primis per negazione.

Se, infatti, come sostiene il teologo Vito Mancuso, «ciò che tiene insieme una società rappresenta de facto la religione di quella società... nel senso etimologico di religio, cioè legame, principio unificatore», il principio unificatore di una parte della nostra società (denominata genericamente «società civile»), più o meno dagli anni Ottanta in poi, è stata proprio la religione civile dell’antimafia, divenuta spesso un imperativo categorico, necessario e sufficiente per qualsiasi discorso culturale.

L’autore che ha meglio incarnato questa condizione, questo dovere ineludibile di testimoniare e decifrare quella sub-cultura così pervasiva è stato Sciascia, il quale ha cercato di definirne la grammatica e il linguaggio, nonché la portata delle sue ramificazioni (materiali e cultuali), notomizzandola, sceverandone sino in fondo la natura, senza mai cedere all’idea infida di narrarla, come è accaduto ad altri forse meno avvertiti. Perché tutte le volte che si è provato a raccontarla, la mafia, si è caduti nella sua trappola, nel suo ventre gigantesco che tutto fagocita e digerisce e risputa sotto forma di mito.

Che Sciascia ci abbia lasciato un’eredità con cui dover fare i conti, se non altro in termini di assunzione di responsabilità rispetto al senso, tutt’altro che pacificato, del nostro essere siciliani è fuor di dubbio.

Il problema però è il modo in cui oggi vive quell’imperativo chi ha sperimentato la stagione delle stragi, la fiammata della riscossa collettiva, la delusione bruciante dinanzi alla sostanziale inconsistenza, o comunque alla natura effimera, di quel fronte «civile» compatto in cui sembrava dissolversi la frattura culturale che ha sempre segnato dolorosamente questa città...


La strategia della «correponsabilità» e «consapevolezza» inaugurata da Addiopizzo o ancora la pluralità di voci diversissime, se non addirittura divergenti, approdate dalla Sicilia nel circuito culturale nazionale sollevano infatti, oggi più che mai, il problema se non sia arrivato, e da un bel po’, il momento di prendere atto di una sensibilità nuova, espressione di un sentimento più vasto (poliedrico) della nostra cultura e della nostra identità, un sentimento fondato sul bisogno di definirsi in positivo, assumendosi delle responsabilità, compiendo delle scelte, le più diverse, a partire da ciò che vogliamo, ciò che siamo, e che potremmo essere... come siciliani, come italiani, come europei, come cittadini di un mondo che, lo si voglia o meno, ci riguarda.

Evelina Santangelo

 

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