«Vite maledette»... vite da Insân... Uomini.
Italo Calvino (Le città invisibili): L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Rognetta: demolito il rifugio PARLANO GLI STRANIERI: We are human beings like you! Da Senzaterra (Einaudi) Evelina Santangelo Vanno, uno dietro l’altro, trascinando i piedi sullo sterrato come avessero sassi alle caviglie. In una mano, un piccolo sacchetto di plastica con dentro una bottiglia d’acqua che dondola, nell’altra un cartoccio bruno, color terra. Sei sagome d’uomini che paiono ancora più sottili nella luce arancio-violacea del tramonto. Il sole alle spalle, che inesorabile s’inabissa nella striscia di mare all’orizzonte in un uniforme crepuscolo. Procedono in silenzio lungo una distesa di serre, una geografia esatta di capanni di plastica che divorano ettari di terra. Sorvegliati dallo sguardo poliziesco di «Lucida Follia», almeno così lo chiamano tutti in paese, tranne don Michele che non apprezza neanche quei suoi perenni occhiali scuri, «da cinematografo». A uno a uno, salgono sul pick-up, che è come un grosso scarafaggio dalla corazza lucida, quasi nera adesso che il sole è un’unghia di luce spersa sul mare. Con un movimento imperioso del braccio, Lucida Follia spinge su l’ultimo, più minuto degli altri, un granchio tutto braccia e gambe che si aggrappano scomposte, poi si quietano in un angolo del cassone. Non appena anche il ragazzo si è rincantucciato al suo posto, Lucida Follia tira su la ribaltina, la blocca con i perni, poi si dà una sistemata agli occhiali da sole, a sottolineare il lavoro ben fatto. Quando il pick-up s’avvia nell’aria fresca della sera che fa rabbrividire i corpi, si stringono le gambe al ventre, serrando le braccia nude attorno alle ginocchia, le schiene semiscoperte sferzate dal vento che si è fatto più intenso adesso che il pick-up ha iniziato la corsa sullo stradone deserto. Uno si avvolge la kefiah sulla testa, annodandosela salda alla gola, si accoccola sulle ginocchia, come a raccogliere tra le gambe un po’ di calore, guarda il ragazzo che continua a tirare giù l’orlo troppo corto dei pantaloni nel tentativo di coprire le caviglie nude, sporche di fanghiglia. Gli altri si girano su se stessi, si piegano ancora un po’, le schiene curve per far da scudo al vento. Nell’aria, il rumore roco del pick-up che adesso macina chilometri di rettilineo. Solo il ragazzo, a un tratto, si decide: – Come ti chiami? – chiede al nuovo arrivato. Quello rimane in silenzio, poi: – Insân, – mormora. Il ragazzo lo fissa stranito. – Insân? Chiunque è un Uomo , – dice diffidente. Inidica il tipo con la kefiah. – Lui è Uomo –. Si gira verso gli altri. – Insân, Insân, Insân... – ripete, come nominandoli. Poi alza entrambe le mani, gliele pianta davanti. – Io... – mostra i polpastrelli bruciati. – Io, invece, sono La Ahad... Nessuno, – dice, allargando la bocca in una risata sghemba, sfrontata. Alì si gira, affonda lo sguardo tra i profili scuri dei campi che s’impennano in colli ripidi, si spezzano in creste frastagliate a picco su parvenze di mare, declinano morbidi verso l’ultimo stentato chiarore del cielo. – Allora mi chiamo Chiunque, – taglia corto, dandogli le spalle. (...) Afferrano il sacchetto con l’acqua e il cartoccio prima ancora che il pick-up freni e si accosti ai bordi della statale, illuminata dai fari e basta: una striscia grigia, striata di bianco, sospesa nel nulla. Incespicando tra sterpi e massi, cercano di tener dietro al passo deciso di Lucida Follia, che adesso si è tolto gli occhiali e, puntando a terra una canna, procede sicuro, macinando zolle di terra sotto gli anfibi. Di tanto in tanto, si volta a controllare. – Muvèmuci, – dice. Poi si ferma davanti alla sagoma nera di un capannone industriale. Infila la mano in tasca, tira fuori una chiave. – Dentro! – ordina. Schiaccia l’interruttore della luce. – Alle cinque pronti. Quando Alì sente il lucchetto serrarsi alle sue spalle, sussulta, si gira verso la porta di ferro punteggiata di macchioline di ruggine rossastra, poi si guarda intorno. Scorre rapido le vetrate del capanno che si stagliano cieche contro il buio appena attenuato dal chiarore biancastro della luna. Infine alza lo sguardo verso la luce fioca della lampadina che pende nuda dal soffitto metallico, stringe meccanicamente tra le dita il pupazzetto bianco, incastrato riverso nella tasca, s’avvia verso l’unico giaciglio rimasto vuoto, addossato alla parete in fondo. Seduto sul materasso, guarda gli altri lavarsi in un catino le mani, la faccia, poi togliersi le scarpe, immergere i piedi incrostati di terra in un altro secchio e strofinarli forte con i palmi (...) Prova un improvviso benessere quando finalmente immerge anche lui i piedi nell’acqua fresca. Chiude gli occhi e rimane così per un po’, mentre gli altri adesso se ne stanno accovacciati sui loro giacigli a masticare in silenzio, ingoiando in fretta bocconi grandi di pane e prosciutto. Una specie di rassegnazione nei gesti. Solo il ragazzo addenta rabbioso il suo panino imbottito, ingollando sorsi d’acqua per mandarlo giù. – Ho fame, – mormora (...) Se ne stanno immobili distesi supini sui materassi a fissare il soffitto metallico, la lampadina, i listoni che corrono tra le vetrate sospese nel buio, abbandonando di tanto in tanto le palpebre pesanti sugli occhi e riscuotendosi in improvvisi sussulti, quando Alì torna ad alzarsi, ripiega la federa, va a sedersi sul suo giaciglio, scarta il panino, poi lo richiude in fretta, poggiandolo a terra.– Posso? – dice subito il ragazzo, anticipando gli altri e allungandosi timido verso il cartoccio, mentre l’uomo con la kefiah si solleva appena dal materasso, – Tra poco è domani, – dice, tende la mano verso l’interruttore. Con la punta del dito, spegne quel po’ di luce dentro la stanza. Alì osserva l’ombra dell’uomo ritirarsi sul materasso, rigirarsi da una parte, dall’altra, acquietarsi supina, sente i denti del ragazzo masticare rapidi, la carta frusciare tra le dita, poi un improvviso colpo di tosse e uno sputo, si volta verso un punto impreciso nel buio, a fissare quell’oscurità punteggiata di fantasmi. (...) Evelina Santangelo |