Evelina Santangelo
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Riflessioni
#FestivalLetteratureMigranti 12 -16 ottobre 2016
Dopo i risultati della Classifica di Qualità sui libri usciti nel 2015 realizzata dall'inserto «la lettura» del «Corriere della sera», UNA PROPOSTA FRUTTUOSA, SPERO...
SCRIVERE - La grammatica dell'immaginazione
Quattro scrittori creano per «Repubblica» una storia ambientata in Sicilia per una stagione («La repubblica», giovedì, 1 ottobre 2015)
La Tonnara è di tutti. Su storia e bellezza non c'è il copyright (la Repubblica - Palermo, venerdì 14 agosto 2015)
Ecatombe nel Mediterraneo... ecatombe nel Mediterraneo...
Tra le pagine più belle del «Tamburo di latta» di Günter Grass
Per ricordare esattamente cosa accadde alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto nei giorni del G8 (2001).
Accade in Sicilia... come potrebbe accadere solo in Sicilia
COSA FARE. COME FARE Iolanda Romano (Chiareletere)
Scrivo dunque sono (Evelina Santangelo)
Trittico Andreotti
Un tratto dello spirito nazionale: Fingere di non sapere… Ovvero dell'ingenuità e del candore del senatore Andreotti (e non solo)
Chiusa nella mia stanza in un'abissale solitudine («il Fatto Quotidiano» 10/12/2012
A Terramatta; di Costanza Quatriglio l'Efebo d'argento 2012
IL PROFILO DEL POTERE IN ITALIA - DATI EURISPES 2012
L'ultima bicicletta di Evelina Santangelo su «Doppiozero» (6 novembre 2012)
Perché il processo (Pier Paolo Pasolini «Corriere della Sera» 28 settembre 1975)
Se una città sa riconoscere i suoi narratori (La Repubblica - Palermo 14/09/2012)
STORIE PARALLELE DAI QUARTIERI DI PALERMO
Aspettando Palermo. La voglia di rinascere di noi sopravvissuti (La Repubblica - Palermo 12 giugno 2012)
Aspettando Palermo. La voglia di rinascere di noi sopravvissuti (La Repubblica - Palermo 12 giugno 2012)
Maestri (di valori) senza cattedra in una Palermo vista con occhi bassi.
Studio 2 - TRM
Maestri (di valori) senza cattedra in una Palermo vista con occhi bassi.
PALERMO PRIDE 2012 (col patrocinio della Provincia Regionale di Palermo, dell’Università di Palermo e del Comune di Palermo)
PALERMO PRIDE 2012 (col patrocinio della Provincia Regionale di Palermo, dell’Università di Palermo e del Comune di Palermo)
Workshop sul self-publishing
Sandro Bonvissuto «Dentro», Einaudi
Quello che, tra le altre cose, mi ha insegnato mio padre.
Palermo. Ci si continua a dilaniare «a sinistra»...
Booksweb tv
Roberto Andò ed Evelina Santangelo dialogano su Palermo. Due scrittori, una città in crisi. «Tra le rovine segni di vita»
Delirio elettorale...
PRESENTAZIONE «COSE DA PAZZI» ALLA VICARIA.
Una sedia per il Teatro Garibaldi Aperto
Ricordando Primo Levi
Palermo mai vista (da «Grazia» 9/4/2012)
UNA CITTÅ DA ROMANZO (intervista di Salvatore Ferlita a Evelina Santangelo)
Massimo Maugeri: intervista a Evelina Santangelo.
Il 3 aprile in libreria
Una riflessione su TQ dal sito di Michela Murgia
È morta Agota Kristof...
Ma è decrescita o trionfo del bestseller?
Su “Elisabeth” di Gilda Policastro
Tutti arancioni per mandare a casa questo governo
Voto alla Camera sul fine vita... 278 sì, 205 no, 7 astenuti
APPELLO ARANCIONE lanciato da Roberto Vecchioni, Daria Colombo e altri cento firmatari.
Sono libera di dire: ora devono pagare (da «il Fatto Quotidiano» domenica 10 luglio 2011)
IL POPOLO NON DEVE AVERE PAURA DEI GOVERNI
I blog italiani più seguiti - Classifica giugno 2011
L’anima, nel concreto... (Goffredo Fofi incontra Alice Rohrwacher)
La Generazione TQ e il verduraio di Havel
Vita della albero L'
Scrivono in tanti, sulla soppressione a Marsala del Festival "A Chiare Lettere"
Referendum 12-13 giugno: DIAMO UN SEGNALE CIVILE FORTE E SONORO.
Protestano i detenuti all'Ucciardone di Palermo. Da giorni. Nessuno se ne accorge.
Né apatica indifferenza né invettive ingiuriose né narcisismi ombelicali. Dovere di critica.
Il Dio impassibile di Malick (da «il Fatto Quotidiano» - mercoledì 1 giugno 2011)
Il vento del nord, il vento del sud...
Ricominciamo da qui
APPELLO AI MILANESI
Intelligenza e umanità - Un pensiero prima di partire pe il salone del libro di Torino.
Cosa importa alla Nato? certo non le vite umane...
Questo referendum è una battaglia civile!!! In rai non se ne deve parlare. Ecco la lettera ai cittadini di Mariachiara Alberton
In questa Pasqua...
Le nostre comuni sorti repubblicane e democratiche
Asor Rosa: Non c'è più tempo.
Chi c'è dietro la morte di Vittorio Arrigoni? Perché è morto Vittorio Arrigoni?
In questo giorno di lutto...
Il cappio è chiuso...
Ma se un governo...
Pace a responsabilità limitata
Mio figlio cieco senza Giochi. Colpa della Gelmini (da «il Fatto Quotidiano», 22 marzo 2011)
Io ce l'ho...
In guerra contro Gheddafi
Non sempre si riesce ad essere lucidi...
«L’Italia senza inconscio. E senza desideri» di Massimo Recalcati
8 marzo 2011...
L’uomo dei segreti tra tangentopoli, santi e Santanchè (da «il Fatto Quotidiano» del 5 marzo 2011)
L'8 MARZO 2011 A PALERMO
La scuola, a casa mia
Il paese dei burattini e dei balocchi...
Oggi, a Oslo, è morto un nostro «antico» poeta.
«Accade a Palermo, la mia città» (da «il Fatto Quotidiano» - mercoledì 23 febbraio 2011)
Prima di tutto vennero a prendere gli zingari...
Caro Maroni, ecco che succede appaltando gli immigrati alle dittature
Teledurru. Lettera aperta di Fulvio Abbate a Nichi Vendola
Piccola riflessione marginali su certi disguidi con la stampa.
Perché sarò in piazza («il Fatto Quotidiano - giovedì 10 febbraio 2011)
Jennifer, che ha perso tutto, persino la traccia esile di un nome... nella mia città.
Aasma, la più coraggiosa ( «il Fatto Quotidiano» - 8 febbraio 2011)
Se non ora quando... nelle città d'Italia
Ciò che non siamo ciò che non vogliamo.
Il dissenso di Asmaa Mahfouz e il ruolo delle donne degiziane nelle proteste contro Mubarak
La conversazione globale al tempo dei citizen media: Global Voices Online
RUBY: SANTORO-TRAVAGLIO-SPINELLI, AVANTI PER LEGITTIMA DIFESA
Preghiera ai naviganti (da «il Fatto Quotidiano - sabato 29 gennaio 2011)
Scrittori e Battisti. La censura non è mai una buona idea (da «il Fatto Quotidiano - mercoledì 26 gennaio 2011)
Tutti contro la censura degli autori "pro-battisti" (Simonetta Fiori)
Una firma per Jafar Panahi
Libertà e giustizia sociale...
Vi prego, non «rivoltiamoci»... nella melma.
«L'agonia del teatro italiano» si potrebbe intitolare questa analisi spietata e quest' appello accorato del baritono Alfonso Antoniozzi
Il BUONSENSO...
BATTISTI, LE VITTIME, LO STATO di Giacomo Sartori (da Nazione Indiana)
Maghreb. L'umanità che brucia...
Rodotà: l’Italia laboratorio di totalitarismo (El Pais)
«I cento padroni di Palermo» di Pippo fava
«Scrivere è un lavoro», Josè Saramago
Che sia un buon inizio 2011 un po' dipenderà anche da ciascuno di noi...
Il metodo Marchionne & company... come importare il modello di lavoro cinese, dopo essersi sbarazzati di tutto il resto...
Un augurio, più che gli Auguri di Natale. Un controcanto di amore civile.
L’assalto ai palazzi del potere «fantasma»
Dettagli di... potere
A NATALE PUOI... UCCIDERE LA LIBERTA' D'ESPRESSIONE...
Caro Saviano
B, Mangano e la sottomissione
Cultura fuori dalla cultura (da «il Fatto Quotidiano)
Foto di gruppo senza piazza (da «il Fatto Quotidiano»)
Omaggio al Maestro Monicelli
Matteo Renzi e il Cavaliere
«La resistenza al presente» di Chiara Valerio (L'Unità, 26 ottobre 2010)
Joubran Khalil Joubran (traduzione del narratore iracheno Yousif Latif Jaralla)
Nichi Vendola: Elogio della bellezza.
Rizzoli e il romanzo dedicato all'epica dei giovani di Casa Pound...
LIBERTA' D'ESPRESSIONE...
«Cosa c’è di europeo nella letteratura europea?» (da Nazione Indiana)
Pasolini e gli Italiani
piccole patrie, distretti economici (da Nazione Indiana)
Sarah, un orrore domestico
Perché l’intellettuale ha perso l’aura? (da Europa - 5 ottobre 2010)
Perché abbiamo scelto di fare i libri delle Murene (Nazione Indiana)
Le recensioni delle scrittrici secondo lo scrittore Ottavio Cappellani...
Incredibili scuse a Dell'Utri («il Fatto quotidiano», martedì, 20 luglio 2010)
Bossi, il dottor «ce l’ho duro» (da «il Fatto Quotidiano» - martedì 10 agosto 2010)
Oro nero, ultimo nemico dell'Amazzonia («il Fatto Quotidiano» - giovedì 5 agosto 2010)
Mondadori, il coraggio di parlare (da "il Fatto Quotidiano" - mercoledì 1 settembre 2010)
Dopo dieci anni di collaborazione con la casa editrice Einaudi, dichiaro che io oggi più che mai non me ne vado.
«L'Eguaglianza uccisa dal Progresso» di Marco Revelli
«Così muore una Mamma Coraggio» di Paolo Sapegno
Pietro Mirabelli è morto, in miniera
Negato l'uso delle intercettazioni a carico di Cosentino. Il lutto della giustizia e la nostra vergogna.
A PROPOSITO DEI RISULTATI DEI TEST INVALSI. NORD, SUD E STRANIERI di Fiorella Farinelli
«Il senso di Vespa per le tette» («il Fatto Quotidiano», 7 settembre 2010)
DITE A TUTTO IL MONDO CHE HO PAURA DI MORIRE
Lavoro: Fantozzi era un dilettante («il Fatto Quotidiano», venerdì 16 luglio 2010)
Articolo 21 della Costituzione Italiana Riformata in base al diritto inalienabile alla «distrazione di Stato»
Cari lettori, gli scrittori Einaudi firmatari di questa lettera...
Addaura, nuova verità sull'attentato a Falcone (di Attilio Bolzoni - La Repubblica)
Siete tutti invitati alla: FESTA DI NAZIONE INDIANA (nel Castello Malaspina di Fosdinovo in Lunigiana)
Gianni Biondillo racconta Nazione Indiana: « a fine maggio siete tutti invitati alla nostra festa»
VISIONI D'ITALIA / MARSALA «Il porto e il vino, due leggende divorate dal tempo. Dei monumenti restano un piedistallo e qualche pilastro imbrattato. Marsala assassinato dalle vendemmie verdi » di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
La responsabilità dell’autore: Biagio Cepollaro (da Nazione Indiana)
IL SILENZIO COMPLICE di Evelina Santangelo (Pubblicato su Nazione Indiana)
SCIASCIA, IERI, OGGI E DOMANI di Evelina Santangelo (il Fatto Quotidiano - giovedì 25 marzo 2010)
La responsabilità dell’autore: Marcello Fois (Da Nazione Indiana)
Antonio Albanese: le sette parole chiave...
«Faccette verdi, tifoseria e cinepanettoni. Metafore elettorali per il Piemonte» di Gaia Rayneri
La responsabilità dell’autore: Nicola Lagioia (da Nazione Indiana)
Intervista a Evelina Santangelo (webzine: Sul Romanzo)
Intervista inedita di Fabrizio De Andrè
T.R.S.T me! (Trieste vista dalla Luna) di Azra Nuhefendic (da Nazione Indiana)
NON TOCCARE IL MIO AMICO. Manifesto contro il razzismo in Italia.
«Palermo, quando la vita è un Gratta & Vinci» di Evelina Santagelo (il Fatto Quotidiano, sabato 27/02/2010)
Altri articoli su Mafia a Milano (da Nazione Indiana)
Nella bocca di Milano di Giuseppe Catozzella (da Nazione Indiana)
La responsabilità dell’autore: Michela Murgia (dall'inchiesta di Nazione Indiana)
«I meridionali sono meno intelligenti» da «il Corriere della Sera.it» (16 febbraio 2010)
«Lo scrittore solo» di Evelina Santangelo (il Fatto Quotidiano - sabato 13 febbraio 2010)
È morto J. D. Salinger... di cui non restano immagini recenti... a uso della stampa, almeno... ma ci restano intatti nella loro forza i suoi racconti e romanzi.
Gianni Lannes: libertà di stampa, navi dei veleni e... «leggerezze» o «distrazioni» di Stato
«Ascoltando “Un sopravvissuto di Varsavia” di Arnold Schoenberg», di Orsola Puecher (da Nazione Indiana)
«Morire nel deserto» di Fabrizio Gatti (da L'espresso)
«Terroni parassiti. Odio e identità di Radio Padania» di Evelina Santangelo (Il Fatto Quotidiano, sabato 23 gennaio 2010)
«Pubblicare per Berlusconi?» di Helena Janeczek (da Nazione Indiana)
Ipocrisie e pregiudizi leghisti... conditi di somma arroganza e ignoranza crassa e... potere politico.
«Vite maledette»... vite da Insân... Uomini.
Rosarno: parlano gli stranieri, e sono parole che dovrebbero solo farci provare vergognare...
Rosarno e la rivolta degli schiavi: due pezzi pubblicati su NI degni di nota. Autori degli articoli: Marco Rovelli e di Biagio Simonetta
Kids On Rainbows... a tutti!
Orrore... in Iran...
Roma, Camera dei Deputati 3 gennaio 1925 (perché oggi è davvero tutto diverso, ma le parole non sono vergini)
«Siamo tutti feriti» di Evelina Santangelo
Rivoluzione verde. Ayatollah Kamenei: «gli oppositori sono cme la schiuma sull'acqua. Quello che rimane è il sistema. L'opposizione sarà eliminata»
Una delle venti capitali mondiali dei veleni: Linfen (Cina)... «la città morta» abitata dagli «spettri del mondo»
12.12.1969 Strage di Piazza Fontana - 12.12.2009 La giustizia non abita qui...
Scala - Carmen backstage
Io sto con i magistrati (Evelina Santangelo)
Firma anche tu l'appello di Roberto Saviano contro il cosiddetto «processo breve» sul sito di La Repubblica.it
da Wikipedia: La Banca Rasini (Berlusconi, Andreotti, Sindona, Calvi, Provenzano, Riina, Magano...)
«Berlusconiani ma compagni. A Einaudi la lotta continua» di Francesco Borgonovo (Libero 1-12-2009)
Alberto Asor Rosa: «Perché si spara su Einaudi» La Repubblica (30-11-2009)
«Letteratura come filosofia naturale» di Marco Belpoliti (da La Stampa)
«Il coro degli aspiranti scrittori, intellettuali, scrittori-intellettuali del nostro tempo... » (di Evelina Santangelo)
No-B Day
Walter Siti «Troppi paradisi» (2006).
«Coccodrillo amoroso. Ricordo di Alda Merini a pochi giorni dalla morte» di Marco Simonelli (Nazione Indiana)
«Noi sappiamo. Sono anni che sappiamo» di Barbara Spinelli
Primarie Pd: chiunque vinca...
«Note sul rapporto tra personale e politico (in margine al caso Marrazzo)» di Marco Rovelli (Nazione Indiana)
L’emergenza estetica nell’Italia maschilista di Maria Laura Rodotà (Corriere della Sera - 14 ottobre)
«Dialogo con Giorgio Vasta» di Alessandro Garigliano
Dopo la candidatura di Palermo alle Olimpiadi 2020...
Il pedinamento del giudice Mesiano... un tipo da tenere sotto stretta sorveglianza... come chiunque di noi... (verrebbe da dire, vista la natura delle stranezze che gli vengono contestate)
Il Fatto Quotidiano - venerdì 16 ottobre: un bell'articolo di Barbara Spinelli sulla cultura dell'anti-stato.
Il re di «Pointlandia, «Esso»... lancia la sua rivoluzione...
«È l’animale, questo, che non c’è» di Orsola Puecher (Nazione Indiana)
Pensiero eversivo... in tempi di «crisi».
«L’epica-popular, gli anni Novanta, la parresìa Appunti sui tre saggi di Wu Ming 1 contenuti in New Italian Epic» di Tiziano Scarpa
Scorte negate.... Un articolo pubblicato su Agoravox. Autore: Sergio Bagnoli
«Baarìa (ovvero, il tempo dei sorvolatori)» di Evelina Santangelo (Nazione Indiana)
Mario Cervi e la sua «stanza» del manganello, nel Giornale diretto da Feltri
Negrita: Il libro in una mano, la bomba nell'altra
«La rivolta delle figlie» di Renzo Guolo (la Repubblica, giovedì 17 settembre 2009)
«Miraggi (ovvero, contrappunti ironici) di Sicilia» di Evelina Santangelo
LEGA LADRONA: a Renzo Bossi (figlio del senatùr Umberto Bossi) incarico da 12.000 euro al mese
«Frontiere erranti della letteratura» di Gianni Celati (Alias, 12 settembre 2009)
«VIDEOCRACY o del fascismo estetico» di Andrea inglese (da «Nazione Indiana»)
Berlusconi, presidente di turno al Parlamento Europeo (2003): «i turisti della politica...». Una pagina che ancora umilia.
E ora querelaci tutti (reazione - NI)
«Il salto di qualità...» di Evelina Santangelo
«La spaventosa ipnosi in cui sembra caduto il nostro paese» di Evelina Santangelo (pubblicato in NI)
Non si tratta solo di «sbavagliarsi»... Si tratta di uscire da questa sorta di spaventosa ipnosi in cui sembra caduto (o ricaduto) il nostro paese.
«Fatima e il Brembo» di Helena Janeczek (da Nazione Indiana)
«Una gabbia per Calderoli» (di Maria Novella Oppo); «Calabria, Acquaformosa si deleghizza» (di Enrico Fierro)
Hamid Ziarati (scrittore iraniano, autore de' «Il meccanico delle rose»): «Lo slogan più bello in Iran: Dio è con noi, oscurate anche Lui!»
Roberto Saviano: «Perché Pecorella infanga don Peppe Diana?»
UN NASTRO VERDE AL POLSO. Appello dello scrittore Hamid Ziarati per la causa iraniana
25 luglio 2009, Roma: Global Day of Action - giornata di solidarietà per il popolo iraniano
Memorie eversive in tempi di ronde... Leggete «Quando i clandestini eravamo noi» di Aldo Maturo (Agoravox)
«Quando i cladestini eravamo noi» di Aldo Maturo
Message to the Young People of Iran by Bernard-Henri Lévy
«I ragazzi di Teheran...» di Evelina Santangelo
L'onda verde... Se il mondo ci chiama...
«Stazione Cumana di Montesanto... Come muore ognuno di noi», di Evelina Santangelo
Firmiamo l'appello di Repubblica contro la legge-bavaglio
«Teoremi... Riflessioni a margine dell’articolo di Carla Benedetti» Evelina Santangelo
«Scurati, una teoria per ogni stagione», di Carla Benedetti
Il nuovo sentimento che serve alla Sicilia. La città e la mafia (La Repubblica-Palermo, 2 giugno 2009)
Marco Belpoliti «Senza Vergogna». Intervento letto a Officina Italia
23 maggio 1992. Per non dimenticare...
Condanna Mills «imbarazzante» per Berlusconi, ma l'Italia glissa (di Elysa Fazzino)
La libertà su Internet è in serio pericolo ! (di Salvo Fundarotto)
La Corte costituzionale cambia la legge 40, insorgono i cattolici
«Se qualcosa è accaduto... (incontro con i ragazzi del Malaspina)» di Evelina Santangelo
«Attacco frontale allo spirito e ai fondamenti della nostra nazione. Esiste più la nostra nazione?» di Evelina Santangelo
Italia: a rischio la ibertà di stampa. Global Press Freedom 2009.
Il grande inganno del dopo terremoto (Da Il Messaggero.it - 3 maggio 2009)
Stand by me (di Jack Nitzsche)
«Se ogni gesto ha un peso e un valore che dipendono dai gesti precedenti... Memorandum dei 25 aprile del premier Berlusconi» di Evelina Santangelo
Prove di «equilibrismo»
«Ma io per il terremoto non do un euro» di Giacomo Di Girolamo (in www.marsala.it)
Kandahar: uccisa l'attivista per i diritti delle donne Sitara Achikzai.
Ray Bradbury «Fahrenheit 451»
Il treno del desiderio (foto inviata da Sabah Benziadi)
Vincenzo Pirrotta mette in scena «Terra matta».
«We will not go down» (Song for Gaza) by Michael Heart
«Stranieri... (alcune riflessioni che stanno alla base dell'idea di «straniero» in «Senzaterra»)» di Evelina Santangelo
«Vi racconto come una Senzaterra vive il suo rapporto con la Terramadre»
La lettera di Oscar Wilde recitata da Roberto Benigni
«Se non ora, quando...» di Evelina Santangelo
Nel 40° anniversario della morte di Jan Palach
In ricordo dell'amico fragile...
Forse sarebbe il caso di ricominciare tutto da qui...
Quel che vorrei augurare ai miei corregionali... e ai miei connazionali
L'Italia s-paesata... (una voce s-paesata)
Quando i lettori ti danno la sensazione di aver scritto proprio il libro che desideravi scrivere... (una lettera di Maria Adele Cipolla)
Torniamo un po' a pensare
Un gesto di civilità - di Roberto Casati (ricercatore del CNRS, vive a Parigi dove lavora al CREA - Centre de Recherche en Epistémologie Appliquée)
"Polar Express", destinazione: l'incubo
Alcune riflessioni sul romanzo "La lucertola color smeraldo" di Ambra Carta (università degli Studi di Palermo. Facoltà di Lettere e Filosofia)
Incontro con i ragazzi della Scuola media Di Vittorio allo Sperone
Riflessioni
L’anima, nel concreto... (Goffredo Fofi incontra Alice Rohrwacher)

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Una splendida intervista di Goffredo Fofi ad Alice Rohrwacher, giovane regista di rara sensibilità e intelligenza, doti che si accompagnano a un'altrettanto rara perlplessità umana priva di qualsiasi forma di arroganza.

Evelia Santangelo

 

da Lo Straniero

 

Corpo Celeste è senza dubbio un esordio sorprendente, originale e appassionante, cui si perdonano perfino con entusiasmo – data la nostra insoddisfazione verso opere tecnicamente ineccepibili e astute che vengono da vecchi o giovani, navigati o debuttanti, e che non mostrano niente che sia necessario e sia nuovo – alcune incertezze di regia, errori presunti che non pesano affatto nel risultato finale.

Molti aspetti ne colpiscono: la capacità di raccontare un ambiente, la Calabria, e una città mai narrata come Reggio; il mondo degli “emigrati di ritorno” anzi delle emigrate; personaggi femminili del tutto inediti nella storia del nostro cinema e finanche della nostra letteratura quali l’adolescente protagonista o la bellissima figura della “catechista”; il confronto tra una vecchia durezza che resiste e una nuova mollezza che dilaga; il mondo della Chiesa visto da dentro le pratiche quotidiane dei suoi sacerdoti-funzionari; e soprattutto la tensione che lo regge, ortesiana dice il titolo del film, che è insieme religiosa e terrestre, secondo un amalgama che è il senso stesso del film.

Non sembra un film italiano, Corpo Celeste, per la generosità e profondità del suo sguardo sull’Italia e per la sua volontà di ragionare delle “cose nascoste” con i mezzi del cinema, nell’evidenza piena del contesto ma anche nell’evidenza piena dell’ispirazione, poiché per la regista si tratta di andare oltre ciò che si vede ma rispettando ciò che si vede, non si tratta di fare della dozzinale filosofia alla moda – come tanti fanno, da quando si sono trovati costretti a ragionare non solo in termini storici e sociali ma anche in termini etici e filosofici e “religiosi”, dalla crisi di civiltà che ci è piombata addosso, dalla sconfitta e fallimento di un progetto cui bisognerà però mettere di nuovo mano con ben’altra coscienza. Per l’appunto con nuova coscienza dei limiti e, in definitiva, dell’appartenenza di tutti a un Corpo Celeste e non solo alla Storia e alla Società. (g.f.)

 

Per capire una cultura bisogna avere uno sguardo esterno, dicono gli antropologi: quello di chi è del posto ma è stato via molto tempo e tornando può fare paragoni, e quello dell’osservatore che viene da fuori. Ma occorrono anche curiosità profonda e amore. Da che viene il tuo interesse per la Calabria? Come ti sei comportata “da antropologa” nei confronti di quella cultura, e cosa pensi di averne capito?

Sono capitata a Reggio Calabria tanti anni fa tramite la comunità calabrese che avevo conosciuto a Torino. Sono arrivata carica d’amore: e la rete delle relazioni, che se guardandola da dentro sembrava una voliera, vista dall’esterno, vista da me che non ho nessuna reale appartenenza, mi pareva la rete di protezione del circo, quella che ti salverà dalle cadute. Questo per dire che l’amore per la Calabria è anche legato a un grande interesse per quel che resta della “comunità”, nelle sue luci e nelle sue ombre, e quindi quel luogo è prima di tutto un luogo dell’anima, la periferia dell’Italia. Non è stata quindi la mia una ricerca antropologica, organizzata scientificamente e volta a dimostrare qualcosa, ma una tensione piuttosto irrazionale ed emotiva, uno stupore. Sono arrivata da lontano, senza conoscere nulla, eppure nell’ombra di una somiglianza ho desiderato subito lavorare lì, cercare e capire da lì che cosa stia accadendo in questo tempo. Come molti altri posti del meridione d’Italia è un luogo di forti contraddizioni, e questo rende la grande mascherata contemporanea ancora più evidente. In particolare mi stupì il salto tra i piccoli paesi nei dintorni di Reggio e la città. Se i paesi circostanti conservano la forza di un’appartenenza (parlo ad esempio di Cataforio dove vivevo), Reggio mi è parsa invece una città desolata, dove il desiderio di apparire e consumare è talmente violento da fare male. Al tempo stesso è un luogo di una bellezza struggente: la vista dello stretto con la sua luce mutevole e le sue correnti, le fiumare che segnano la città ripetendo uno spazio selvatico in mezzo all’abuso edilizio. In una fiumara di Reggio avevo realizzato un piccolo documentario di pochi minuti, che faceva parte del film collettivo checosamanca. Quando Carlo Cresto-Dina, che era produttore del documentario e ha successivamente fondato Tempesta, mi chiamò per scrivere, ci incontrammo e anche senza sapere ancora nulla della storia e di cosa raccontare decidemmo insieme di partire da Reggio Calabria. Entrambi eravamo molto colpiti da quello spazio: qualcuno ha parlato di “arcaico postmoderno”, e credo che proprio in quest’ibrido ci sia una grande possibilità. Un territorio da capire, un luogo possibile.

 

Del cinema “calabrese” si conoscono tre grandi esempi: De Seta, Amelio, Frammartino. Cosa pensi del loro modo di guardare, di “fare antropologia” col cinema? E del loro modo di far poesia, di “sublimare” il reale lontano dal presunto realismo della tradizione cinematografica italiana (romana)?

Credo che questi grandi esempi, nonostante posizioni diverse, abbiano utilizzato il cinema prima di tutto come una direzione, una ricerca, e non come una conferma. Hanno cercato, almeno per me che li ho vissuti da spettatrice, di trasmettere il reale mettendo al centro quella esperienza, non immaginando “quello che la gente ritiene come reale”. Forse nel cinema che tu chiami “romano” c’è un’idea di “andare verso la gente”, che significa fare qualcosa che in fondo non amiamo completamente, ma riteniamo che gli altri possano amare. C’è uno scollamento tra chi fa questo lavoro e i presunti desideri di chi lo riceve. Ma è davvero così? Siamo così speciali? Al contrario questi tre registi mi pare che abbiano realizzato dei film che condividevano davvero, e questa condivisione mi piace chiamarla realtà.

 

Da che viene il tuo interesse per la Chiesa, perché ritieni importante raccontarla nella sua quotidianità (e mediocrità) e non nelle sue punte, buone o cattive?

So bene che la Chiesa è molteplice, contiene molto altro rispetto a quello che viene raccontato in Corpo Celeste. Anche solo in Calabria ho avuto la gioia di incontrare don Giacomo Panizza che mi ha raccontato anche un altro modo di vivere la Chiesa e la sua verità. Ma questo non è un film sulla Chiesa. Io volevo raccontare attraverso la Chiesa un’altra sensazione, che non si trova nelle sue punte, ma nel vivere comune della gente ed è un vuoto, uno sbando, l’imbarbarimento della società per cui le cose colpiscono solo nel momento in cui toccano la sfera privata, per il resto rimangono indifferenti. Quando Carlo Cresto-Dina mi chiese di iniziare a scrivere, decidemmo di non iniziare da una storia già scritta ma di partire da alcune domande che riguardavano lo stare in quest’epoca. Cominciammo a ragionare su vari luoghi del vivere comunitario, e la Chiesa fu lo sbocco naturale delle nostre conversazioni. Avevo studiato all’università storia delle religioni, ero piena di letture e studi, ma non conoscevo nulla della vita di parrocchia perché ho avuto un’educazione laica. Pensai quindi che fosse giusto avvicinarmi a questo luogo per scrivere: se da una parte ero mossa da una grande curiosità, dall’altra ero libera di ricordi sia positivi che negativi. Era un luogo di scoperta. La cosa che più mi ha stupito da questo incontro con la parrocchia, e che mai avrei immaginato, è quanto poco vangelo ci sia ad esempio in un corso di catechismo. Le letture, i giochi in cui vengono coinvolti i ragazzi hanno un intento nozionistico, sono interpretazioni di interpretazioni di interpretazioni, la parola nuda e cruda è spesso assente. Ho cercato però, per quanto possibile, di non giudicare questo luogo, che secondo me soffre di un disgregamento più profondo e ampio, tanto che è difficile assegnare delle responsabilità in questa storia. Anzi, una responsabilità la voglio indicare, e ha il suo esempio nella copertina di un manuale di catechismo che mi hanno consigliato in molti: Saranno testimoni, che nella grafica ricalca la trasmissione televisiva Saranno famosi. Ecco, questo accostamento mi spaventa!

 

La grande idea del film è, mi pare, quella di una protagonista che fa il tuo stesso percorso, ma che tu devi raccontare, inventare, e che è altro da te, perché il film NON è un documentario, anche se del documentario usa molti insegnamenti. Quali, in particolare, rispetto alle tue precedenti esperienze?

Come dici tu, il film non ha niente di documentaristico, così come normalmente si ritiene quando nel cinema si indica un certo stile. Anzi, le scene sono molto costruite, scritte, pensate. Credo che il contatto col documentario sia altrove, forse più radicale che stilistico. Il documentario è un mezzo che ti obbliga a prendere una posizione, la sua forza sta proprio nel dove si trova chi sta guardando, il suo corpo, come si relaziona con quello che gli sta accadendo intorno, cosa ne mostra, cosa ritiene sia meglio non mostrare. Ti obbliga quindi a una nudità e a una riflessione profonda. Potrei fare tanti esempi, ma tra tutti ricordo O Encontro, un documentario visto anni fa di Luciana Fina, una regista italiana che vive e lavora in Portogallo e che racconta un incontro tra danzatori a Lisbona. In una sequenza molto intensa i partecipanti eseguivano un esercizio che consisteva nel guardarsi negli occhi a turno, e una danzatrice guardava negli occhi anche l’obiettivo comprendendolo nello spazio: Luciana con la sua macchina da presa era lì, presente, era considerata e considerabile. Uscendo da quella proiezione sapevo di aver condiviso un’esperienza fortissima e così lontana da me, grazie al fatto che Luciana l’aveva fatta per me, era un corpo a corpo, un faccia a faccia in cui l’altro è davanti a me anche se ancora non lo conosco. Questo è forse l’insegnamento documentario che ho cercato di portare nel film. Con Hélène Louvart, direttrice della fotografia e operatrice, e con gli altri attori e collaboratori, abbiamo cercato per quanto possibile di non partire mai dall’alto, da un’idea fantasmagorica e mirabolante, ma sempre abbiamo cercato il nostro percorso nelle vicinanza con le cose, assumendo fino in fondo questa buffa situazione in cui noi siamo lì tutti insieme e cerchiamo di far accadere qualcosa di fronte ai nostri occhi, che è un’operazione in fondo assurda quanto magica.

 

Puoi dirmi qualcosa del tuo modo di lavorare (criteri di produzione – anche se su questo dovrebbe parlare Cresto-Dina – preparazione, direzione degli attori, tecniche di ripresa, rapporto con i collaboratori, con l’ambiente...)? E dei tempi e dei costi?

Ci sono due cose fondamentali che mi hanno aiutato a far nascere questo film: il fatto che io non abbia mai conosciuto davvero un set in precedenza, e anche secondo me che io non sia mai stata un’appassionata della telecamera, di quelli che vanno sempre in giro a riprendere fin da piccolini. Ricordo anzi che quando iniziai il primo documentario mi vergognavo terribilmente di riprendere, mi pareva una violenza inaudita nei confronti di quelli che mi stavano accanto, e insomma misuravo goccia su goccia tutta la responsabilità di stare lì a registrare. Ci misi un bel po’ prima di tirare fuori la telecamera, e ogni volta arrossivo, il cuore mi batteva fortissimo: per fortuna furono gli altri, quelli che avrei dovuto documentare a dirmi di non avere paura, di riprenderli! Questo senso un po’ ridicolo di violenza lo ricordo anche il primo giorno di riprese, ed è su quello che tutti abbiamo lavorato per attenuarlo fino a renderlo più dolce, potrei dire più responsabile, anche se è una parola spesso abusata e associata alla parola “consumo” e non mi piace troppo. Il modo più dolce per far accadere il film, che come ripeto è sempre artificiale, era quello di fornire alle azioni un grembo naturale in cui potessero svolgersi, per quanto possibile. Ad esempio Yile Vianello, che è la protagonista Marta, nel film arriva da un altrove. Ebbene Yile portava dentro di sé una storia simile: Yile è italiana ma ha abitato sempre in una campagna isolata, in una comunità autosufficiente nell’appennino tosco-emiliano, quindi poteva condividere con Marta uno spaesamento e uno stupore, anche se era molto diversa da Marta. La stessa cosa per la classe di catechismo: i ragazzi non si conoscevano, e per quanto presenza marginale nel film, io so che entrare in una classe falsa, di bambini messi insieme forzatamente, è diverso che entrare in una classe con dinamiche viventi. Così abbiamo fatto un piccolo seminario con i cresimandi, guidato da Gianluca Marroccia dell’associazione Dulcamara, solo per creare un gruppo. I ragazzi si sono molto uniti, si sono conosciuti intimamente, e Yile è arrivata così in un corpo compatto, in una “classe”. Ricordo che Marco, uno dei ragazzi, si trovava come molti davvero nell’età della cresima e parallelamente al film frequentava anche un vero corso di catechismo. A un certo punto mi chiese senza nessuna ironia se la cresima che stavamo mettendo in scena poteva valere come cresima “vera”! Per quanto riguarda tempi e costi, che sono due argomenti molto legati, siamo stati fortunati perché lavorando in pochi abbiamo potuto curare molto bene la preparazione del film. Devo dire che io ero disposta a tagliare tutto il possibile per avere più tempo. A un certo punto nella preparazione misuravo tutto in tempo: mi chiedevano la lista per la fotografia, ad esempio se prenotavamo dolly, bracci…, e io chiedevo: quanti giorni o ore in più abbiamo se ci rinunciamo? Alla fine con Hélène abbiamo deciso di tenere quasi solo noi stesse, i nostri corpi con la camera in spalla, e la pellicola, ma siamo riusciti a girare sette settimane che per un’opera prima è un miracolo. Abbiamo scelto di girare in supersedici perché, usandolo con attenzione, i costi equivalevano al digitale. Mi ha aiutato molto avere un limite, non poter riprendere tutto e comunque, ma essere obbligata a scegliere, a prendere una posizione.

 

In quanto partecipe di due storie culturali diverse, l’italiana e la tedesca, di due Europe, di una matrice nordica e una meridionale, di una protestante e di una cattolica, come hai vissuto tu questo “spaesamento” e quanto ne resta nel film? Come può mediare Marta questa contraddizione? Come hai cercato tu di mediarla?

Forse Marta non deve mediare una contraddizione, ma deve contenerla dentro di sé, deve gioirne. Per dirlo con le parole della Morante, usate spesso ma sempre bellissime, “l’arabesco indecifrabile è dato per la gioia del suo movimento, e non per la soluzione del suo teorema”… Comunque quando sono partita con le ricerche non avevo in mente questa storia, che anche se non è reale è derivata dalla realtà. Non sapevo quale fosse lo sguardo che cercavo: andavo a dei raduni di catechisti, seguivo delle lezioni, leggevo dei libri che mi consigliavano in parrocchia. Ma mi sentivo un’estranea, e mi chiedevo sempre cosa c’entro io, come posso parlare della vita di questa comunità, chi sono per poterlo fare. Da una parte questo mi permetteva un’osservazione attenta, libera come quella di un’amante, dall’altra mi lasciava un senso di smarrimento e solitudine. In quel periodo però incontrai alcune famiglie che stavano tornando a vivere in Calabria dopo dieci o vent’anni all’estero. Questo fenomeno mi colpì, perché si parla sempre di quelli che se ne vanno, emigrano, ma meno di quelli che ritornano. Eppure il mondo sta cambiando: ormai le difficoltà lavorative sono parecchie anche altrove, essere in Germania o in Svizzera non è sempre una garanzia di sicurezza, così molte famiglie rinunciano e tornano sui propri passi, privilegiando un luogo dove perlomeno possono essere supportate dai legami familiari. A Torino avevo conosciuto molti emigrati calabresi o siciliani, che conservavano un ricordo della loro terra così diverso: un mondo arcaico, congelato, la certezza di una comunità piena di calore e forza. Ma è ancora così? Se uno tornasse indietro troverebbe la stessa terra o un mondo completamente mutato? Così è nata Marta, un’adolescente che ritorna in un luogo cambiato, e questo mi ha permesso di sposarne lo sguardo almeno in gran parte del film: lei come me non sapeva nulla della città, non ne aveva ricordi, eppure apparteneva a quello spaesamento.

 

Marta è figlia di “emigrati di ritorno”, anzi di “emigrate di ritorno”. E il film è molto al femminile, ci sono le donne e ci sono non gli uomini ma i preti. (Diceva un vecchio intellettuale cattolico, molti anni fa, che in Italia ci sono tre categorie di persone: gli uomini, le donne e i preti.) Perché l’assenza (o la distanza) degli uomini? Che impressione hai avuto dalla condizione delle donne nella Calabria (e per estensione nella società meridionale) di questi anni di rapida trasformazione?

Non so bene dove siano finiti gli uomini del film, ma posso parlarti delle donne. C’è un’immagine minuscola che per me è come una spina nel film e anche se forse passa inosservata racconta quello che penso della condizione delle donne in Calabria, ma non solo. Marta è sulla terrazza e guarda la città. Tra i palazzi mai finiti si vede una ragazza in minigonna, con un’apparenza direi volgare, intenta a stendere dei panni. Ecco cosa penso: di un movimento di emancipazione è rimasta solo la scorza, “sono una donna libera e quindi mi vesto come voglio, non mi vergogno di mostrarmi, di farmi desiderare”, ma non sono cambiati i gesti che sono quelli di sempre. Spesso mi è capitato di incontrare donne che si sentono aggressivamente libere solo per come si truccano o si vestono, non per quello che pensano o fanno. Credo nelle azioni, credo nell’autonomia del pensiero a prescindere dai generi. Dopo un mese di provini nelle scuole ero esausta. Cominciai a chiedermi se avevo scritto una storia surreale, perché Marta non la trovavo da nessuna parte: le ragazze che incontravamo passavano violentemente da bambine a mini-veline, erano tutte così consapevoli, così dirompenti. Se paradossalmente Marta fosse stato un Marto, ne avrei trovati molti a Reggio Calabria forse perché ai maschi è ancora permesso non sapere, non dover assolutamente dimostrare, sono protetti dal fatto di essere maschi e quindi l’età indeterminata ancora esiste e la possono esplorare. Invece le femmine (e non sai con quanto dolore parlo di maschi e femmine, io che davvero non ho mai voluto fare distinzioni) sono obbligate giovanissime ad aderire a un modello preciso, che sappiamo da dove viene. Ad esempio la piccola Deborah nel film ha sei anni e già frequenta un corso per diventare fotomodella. E questo non me lo sono inventato, non saprei arrivare a tanto!

 

Marta è in una fase di mutazione anche lei: un massimo di corporeità (le prime mestruazioni, il diventar donna che è anche diventare adulti) e una massima esigenza di capire il mondo, e il suo “senso”. Una strada che deve fare in buona parte da sola. Come si è dovuto farla tutti. è l’intreccio tra questa transizione e quella della cresima o confermazione – come rito del passaggio – il perno della tua narrazione. Corpo e corpo celeste; sé e il cosmo... Cosa c’entra la Ortese, come hai scoperto la Ortese?

Il legame con il libro dell’Ortese c’è, ma è intuitivo e non strutturale. Avevo letto L’iguana e Il mare non bagna Napoli mentre ero a scuola, ma di Corpo Celeste ne avevo sentito parlare durante un corso alla Casa laboratorio di Cenci, in Umbria. Era un libro che avevo molto amato, che mi portavo spesso dietro nei miei vari traslochi fino alla Calabria. Mentre riflettevo su Marta nella città, su che cosa resta di sacro in questo tempo, le parole dell’Ortese mi tornarono in mente e così diventò un titolo inizialmente provvisorio, ma che si radicò nel nostro guardare e alla fine non abbiamo più potuto cambiarlo. Marta così fragile in una città che l’aggredisce da tutti i lati, eppure così chiara, era davvero una creatura che attraversava un pianeta, con stupore e grazia. Mi riferisco soprattutto alla prima parte del libro, quando l’Ortese parla del pianeta terra come corpo celeste, del mondo come sovramondo. Ricordo che camminavo e pensavo dentro di me: “perchè andare più lontano?” Mi dissero che se qualcuno vedendo il film fosse andato a cercare il libro, avrebbe notato che non c’entrava nulla. Io pensai che in fondo stavo consigliando un bellissimo libro, e quindi non c’era niente di male.

 

La Chiesa è vista nella sua dimensione burocratica, ma anche nel suo radicamento comunitario – non sembra esserci altro legame comunitario, in questo senso, oltre la Chiesa, nella società in cui Marta si muove. Il bel personaggio di Santa (ma dove hai trovato quella bravissima attrice, che dà a Santa e alla sua fragilità e alla sua ostinazione una verità che è insieme commovente e imbarazzante?) è di contrappeso terrestre a quello di Marta ma con l’aspirazione a un di più che esprime le contraddizioni di una condizione umanissima, di una ricerca però confusissima. Troppo terrestre e poco celeste, la Chiesa? Un troppo di istituzione e un poco di spirito?

è una bella domanda, e pure un’osservazione che condivido. Negli incontri che ho fatto con i catechisti ho trovato tanta buona volontà, ma pure tanta inadeguatezza e abbandono. Il personaggio di Santa l’ho amato molto, ma era difficile far capire la sua verità. Abbiamo provato con tante attrici bravissime, ma quelle parole messe in bocca a loro creavano subito una macchietta, un personaggio buffo e carico di giudizio. Pasqualina l’ho incontrata perché abitava vicino a casa mia, e mi ha incantato dal primo momento. Spesso quando si fanno film con attori non professionisti si tende a dire che “interpretano se stessi”, ma Pasqualina è molto diversa dal personaggio di Santa, eppure molte donne come Santa appartengono al suo immaginario di riferimento perché è quello l’ambiente in cui vive. Sapeva bene di cosa stavamo parlando, ma al tempo stesso ne era ironicamente distaccata perché non è quella la sua vita (lei gestisce un bed and breakfast). Lei col suo imbarazzo, la sua confusione raccontava esattamente quello che ho sentito durante questo viaggio nelle parrocchie. Credo che il personaggio di Santa si meriti tanto di più di quello che quotidianamente riceve.

 

Ci sono però nel film due modi di intendere il cristianesimo e lo stesso sacerdozio, presentati attraverso la storia del “Cristo figurativo”...

Questa storia è accaduta veramente e mi fece molto ridere e riflettere quando la lessi su un piccolo giornale locale: in un paese del sud i fedeli avevano fatto una raccolta di firme per chiedere di sostitutire un crocifisso troppo “moderno” con uno normale, in cui si vedesse il corpo di Gesù. Un “crocifisso figurativo”, appunto. Che confusione! da una parte c’è lo sforzo un po’ goffo di imitare la modernità, di presentarsi aggiornati per portare più giovani in chiesa. Così si inventano crocifissi di neon, canzoni di rap religioso, giochi a premi che si chiamano Chi vuol essere cresimato riprendendo trasmissioni televisive più note. Ma al tempo stesso, assieme a quest’onda di modernità, si invoca un ritorno all’antico, alla tradizione! Don Mario che pensa di trasformare in un “grande evento” la semplice sostituzione di un crocifisso, esprime per me tutta la tenerezza di un disagio, l’invenzione della tradizione completamente sradicata dalla Parola, la “nuova moda del vecchio” che anima come una febbre la nostra epoca. Ma dove trovare un crocifisso figurativo quando non si hanno molte risorse economiche? Don Mario ha un’idea: andarsi a prendere il crocifisso nel suo paese di origine, vicino a Reggio Calabria, che è ormai abbandonato, quindi quella croce non serve più a nessuno. Roghudi appartiene a una costellazione di paesi dell’area jonica calabrese che tra gli anni cinquanta e gli anni settanta, nella febbre del cemento e nel giro di soldi della ricostruzione, sono stati repentinamente abbandonati. Non ha nulla di rassicurante, è un paese incastrato tra le pietre, né nuovo né vecchio, senza più nessuno. Ma è a Roghudi che un vecchio prete solitario per la prima volta leggerà a Marta il Vangelo aprendole un nuovo spazio di riflessione: il vecchio le descrive Gesù non tanto come un santo dolce e buono, irraggiungibile nella sua perfezione celeste, ma come un uomo solo e furioso, più simile alla ferita della sua adolescenza che all’immagine edulcorata che si affaccia nei disegni del catechismo. Marta decide che non è necessario andare tanto lontano, perché come dice Anna Maria Ortese, il corpo celeste, il sovramondo è già qui.

 

Non ci sono film che possono venir paragonati a questo, non solo nella tradizione italiana ma in generale. Ma forse c’è qualcosa di Bresson, di un Bresson più “dolce”, femminile. Un passo più in là e Marta potrebbe diventare Mouchette. Ma la tua visione è meno dura, tu lasci a Marta un’apertura verso un mondo nuovo e da inventare, nella considerazione e nel rispetto della sua scoperta di stare in un corpo celeste, di farne parte. Un finale aperto anzi apertissimo, sostanzialmente ottimista?

Che bella e dolorosa la storia di Mouchette, è un film che lascia senza fiato. Certo, il finale di Corpo Celeste è molto più aperto e positivo in questo senso, perché l’apertura lascia più spazio all’immaginazione, ma è misterioso. Vorrei citare le parole di Pavel Florenskij, che ho letto molto nella fase di preparazione: “Il positivismo mi disgustava, ma non meno mi disgustava la metafisica astratta. Io volevo vedere l’anima, ma volevo vederla incarnata. Qualcuno vorrà chiamarlo materialismo. Non si tratta, però, di materialismo, ma della necessità del concreto o simbolismo.” Ho lasciato andare Marta quando ho sentito che stava per ricominciare un’altra storia. Non posso dire se la storia a cui va incontro sia migliore o peggiore, non riesco a paragonare le esperienze. Sicuramente è una strada dentro al mondo e non al di là, negli spazi siderali e perfetti di cui si parla durante il corso di catechismo; Marta sceglie di vivere e ricalcare tutte le asperità del terreno, sceglie un incontro faccia a faccia con i ragazzini che ha sempre visto solo da lontano. È la fine, ma è qualcosa che comincia: una ragazzina con un vestito rosa e le scarpe bagnate arriva su una spiaggia, è quasi sera…

 

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