Evelina Santangelo
«Gli alberi! ci sono gli alberi!». È questo il grido che si leva dalla prima carrozza quando, nel Gattopardo, il Principe di Salina con la famiglia sta per entrare nelle terre del suo feudo di Donnafugata. Un entusiasmo spropositato… Quegli «alberi» erano soltanto tre, «i più sbilenchi figli di Madre Natura» dirà subito dopo Tomasi di Lampedusa, tre creature stralunate che «si sbracciavano» in un paesaggio di «colline avvampanti di giallo sotto il sole», il paesaggio estivo di un paese che nella realtà si chiama Palma di Montechiaro, un pezzo di provincia agrigentina che per molti oggi è un miraggio appunto, «la terra! la terra!» cui approdare su barconi di fortuna salpati dalle coste nordafricane inseguendo un qualche sogno o fuggendo via da un qualche incubo. E «la terra!» verso cui annaspano centinaia di uomini donne bambini quando, come spesso accade, si ritrovano in balia delle onde, della salsedine e del sole, è proprio quella «terra arsa che alla fine di agosto aspetta invano la pioggia» di cui racconta Lampedusa, una terra che d’inverno, quando i più impavidi, o forse i più disperati, affrontano il mare grosso, ammanta colline e dirupi di un verde talmente fitto e selvaggio da ricordare l’Irlanda o certe scogliere a picco sul mare della Bretagna, con tanto di castello e torre d’avvistamento.
Vorrei cominciare da qui, da questa insospettabile mutazione del paesaggio nel naturale ciclo delle stagioni, per raccontarvi questo pezzo di Sicilia remota, eppure al centro di molte contraddizioni del nostro tempo. Un crocevia di uomini, eventi, contesti (naturali e innaturali) in cui ciò che dovrebbe collidere e deflagrare, o comunque negarsi a vicenda, finisce invece per assestarsi in un equilibrio impensabile. E questo perché molte cose, qui, convivono con il loro contrario in solidale antitesi.
Così dunque, mentre tu – viaggiatore capitato lì per caso o clandestino approdato lì non meno per caso – ti guardi intorno con la sensazione di aver scoperto un qualche angolo di Nuovo Mondo (costoni rocciosi selvaggi bianchi a picco su unghie di spiaggia, dorsi di colline gialle o verdi o calve, dove il terreno argilloso si spacca in fessure lunghe e profonde), poco più insù o più in là ti aspetta un paesaggio diverso, più nuovo, anzi moderno.
Modernità di serre sconfinate che dilagano nella campagna come un mare finto, luccicante, ed evocano, o dovrebbero evocare, un’economia fatta di produzioni intensive, di export, affrancamento dal lavoro ingrato di una terra troppo avara e asciutta. Modernità in cui, quasi in un’assurda nostalgia del passato, certe sere d’estate vedi levarsi di tanto in tanto fumi neri, pestiferi, in cui sembra rivivere l’antica usanza di bruciare le stoppie nei campi di grano. Solo che qua, in questa campagna post-agricola, contro ogni ordinanza del sindaco, ogni buon senso, a bruciare non sono le stoppie o la sterpaglia, ma cumuli di plastica: serre dismesse.
Più in là, invece, lungo la costa abitata… modernità di case… palazzine da suburbio, affiancate le une alle altre… modernità di persiane, avvolgibili, portoncini di anodizzato o finto-legno per far fronte compatto contro la salsedine, la spiaggia e il mare, che – oltre lo stradone, oltre i locali notturni febbricitanti di luci, oltre le giostre, oltre i cumuli bruni di alghe – affiora abusivo per poi allungarsi clandestinamente verso l’orizzonte. Sì, perché in questo stradone di lungomare punteggiato di locali stagionali prefabbricati, in questa marina suburbana che d’inverno langue in una squallida solitudine, l’unico abusivo nel paesaggio abusato è proprio il mare.
E tu allora, viaggiatore capitato lì per caso, devi fare qualche passo indietro e guardarlo a distanza, quel mare, per vederlo di nuovo, oltre i frangiflutti, incombere sulla costa come una vertigine azzurra, magnifica, proiettata verso una qualche lontananza.
La lontananza da cui, se si ha un po’ di fortuna (o non troppa sciagura) si arriva clandestini, di notte o alle prime ore dell’alba, fino ad aggrapparsi alla costa e slanciarsi in una corsa concitata, lasciandosi alle spalle un mare pesante e infinito (per chi lo affronta così) e… sulla spiaggia, cumuli informi di abiti zuppi d’acqua, scarpe, sacchetti di plastica… miriadi di sacchetti e bottiglie di plastica disseminati lungo una via di fuga che tra gli sterpi s’inerpica verso le campagne e le serre, mentre il barcone è ormai dileguato lontano o langue a pezzi nell’acqua bassa tra gli scogli: un grosso pesce arenatosi su una spiaggia troppo piccola. Una piccola spiaggia che veglia sugli annegati (decine di annegati ogni anno tra i clandestini che arrivano in Sicilia per mare, decine di lapidi al profugo ignoto in un angolo del cimitero, testimonianza di un culto dei morti incondizionato), dà un attimo di ristoro a quanti saranno rimpatriati, sospinge quelli che hanno un po’ più di fortuna o un po’ meno sventura verso l’unica immediata via di fuga: «le serre! le serre!»
Così tu, viaggiatore capitato lì per caso, ti immagineresti di vederne in quantità, di stranieri, in questo pezzo di provincia. E invece ne vedi pochi, meno che altrove, come se, una volta arrivati dove agognavano arrivare (sapendo poco e fantasticando molto), si perdessero del tutto in quella geometria plastificata di tunnel che scandisce il paesaggio in poligoni regolari ma non sembra mantenere le promesse, se, come accade, insieme a chi arriva clandestino dal mare per perdersi nei labirinti di serre, c’è chi, in un paradossale movimento uguale e contrario, parte – via terra – inseguendo un altro miraggio: un lavoro in Germania. Regione della Ruhr. Essen, Dortmund, Duisburg, Mülheim an der Ruhr.
E di questo movimento uguale e contrario, di questo esodo nostro, te ne accorgi da tanti indizi: certe conversazioni nei bar dove riecheggia puntuale qualche nome di città tedesca, pronunciato magari con un accento puro-agrigentino ma con piglio sicuro, di chi ha dimestichezza con luoghi e lingua; certe tappezzerie di pelliccia che rivestono a volte i sedili delle macchine, anche se si è in piena estate a 40 gradi all’ombra; certi assembramenti umani che si rinnovano a orari precisi, in giorni precisi, in piazza dell’Emigrante, non lontano dalla via Germania.
Toponomastica del viaggio in cerca di fortuna…
«Un’altra delle nostre antiche usanze», si potrebbe dire con una certa dose di autoironia… come quell’altra usanza, propria dei vecchi (vecchi emigranti spesso, rientrati infine in paese), di starsene eternamente seduti davanti ai bar o su qualche panchina in un angolo di piazza, quasi a presidiare ostinati un territorio che si spopola piano di uomini in età da lavoro e si popola rapido di case, palazzine, villette conquistate mattone su mattone con i soldi delle rimesse e quasi sempre lasciate così, non-del-tutto-finite, a presidiare anch’esse il territorio in una disordinata selvaggia disperata occupazione del suolo natìo contro ogni piano urbanistico, ogni principio di salvaguardia del patrimonio architettonico, ogni sforzo dell’amministrazione pubblica che, in un movimento uguale e contrario, ristruttura chiese, monasteri, torri, castelli, palazzi ducali, quel che resta della «Donnafugata prediletta» del Gattopardo, nel tentativo di salvaguardare «la memoria! la memoria!»… e la Storia, con i suoi antichi fasti e i recenti trascorsi ne-fasti: antichità di città santa costruita secondo un’ideale via crucis, con tanto di Golgota e di indulgenza plenaria garantita ai pellegrini; passato anni Sessanta di città-emblema della «tragedia meridionale» nella sua più «negativa perfezione» (come ebbe a dire un esperto di questioni meridionali e mafiose qual era Giuseppe Fava), in puntuale e ironica controtendenza con quel boom economico che intanto lanciava l’Italia verso il primo assaggio di benessere post-bellico.
Un benessere che oggi, a suo modo, almeno nei suoi aspetti più esteriori è arrivato fin qui: tra i capannelli di ragazzi e ragazze in sella ai motorini davanti alle sale gioco, ai locali febbricitanti di luci, ai bar… una birra o un long drink in una mano, un cellulare o una sigaretta nell’altra… le cuffiette dell’iPod in un orecchio, due, tre piercing sul labbro, sul sopracciglio, o dovunque vada di moda farlo… Come se, quei ragazzi, fossero tutti, o quasi tutti, appena saltati fuori da un videoclip o da qualche angolo, qualche provincia, qualche sottoprovincia virtuale di Second Life, in cui magari si parla dialetto o si mastica un italiano gergale, ridotto all’osso, mentre ci si veste in una sorta di global style, che a volte sa addirittura di drag queen, di trasgressività transgender divertita o frustrata, e più spesso, di voglia di fuga… verso qualcosa che non sia, che non debba necessariamente essere, la Germania dei padri, ma piuttosto «il mondo! il mondo! nella sua globale modernità!»
Forse per questo, chi ha i mezzi, appena può, se ne va (da qualsiasi altra parte). Forse per questo c’è chi invece si è ostinato a realizzare proprio qui, in quest’angolo remoto d’Italia, una delle più belle biblioteche multimediali della regione.
Così tu, viaggiatore capitato lì per caso, alla fine, non riesci a far combaciare più nulla: immigrati che arrivano; emigranti che vanno; vecchi mummificati nei loro riti sociali fatti di giocate a carte e chiacchiere al bar; giovani transnazional-mediatici proiettati verso un qualche surrogato di modernità o in fuga verso un qualche futuro; biblioteche che tentano il più possibile di colmare distanze culturali; sistemi di produzione all’avanguardia forieri di uno sviluppo economico che non c’è; pratiche agricole ataviche rivedute e corrette a costo di appestare campi e colture; architetture monumentali che evocano antichi fasti e recenti scempi; agglomerati, coaguli, sfilze di case nuove che, nell’insieme, hanno tutta l’aria di un improbabile monumento all’incompiuto o alla casualità; scorci di eden; scorci di spiagge-purgatorio; scorci di Nuovo Mondo; scorci di cimiteri di profughi ignoti , di culto dei morti incondizionato, di civiltà antica; scorci di vite da fantasmi; scorci di esistenze da emigranti; scorci di inquietudini giovanili; scorci di «antichi riti» e illegalità radicate; scorci di mafia; scorci di «terre promesse!», di «serre!», di «germania!», di «memoria!», di «mondo!», di «modernità!» dove l’esclamativo si porta dietro sempre una coda, un contrappunto ironico, amaro… Come quegli «alberi!» del Gattopardo avvistati dalla prima carrozza, «i più sbilenchi figli di Madre Natura»… Come quel cielo superbo rossazzurodorato, in cui si stagliano i profili delle facciate di cemento grezzo che ti lasci alle spalle mentre tu, viaggiatore arrivato lì per caso, ti allontani da quell’agglomerato spettrale che, a distanza, ha tutta l’aria di un miraggio assurdo, improbabile: un paese fantasma intrappolato, come per un bizzarro incantesimo, nell’euforia del cielo.