Evelina Santangelo
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Riflessioni
#FestivalLetteratureMigranti 12 -16 ottobre 2016
Dopo i risultati della Classifica di Qualità sui libri usciti nel 2015 realizzata dall'inserto «la lettura» del «Corriere della sera», UNA PROPOSTA FRUTTUOSA, SPERO...
SCRIVERE - La grammatica dell'immaginazione
Quattro scrittori creano per «Repubblica» una storia ambientata in Sicilia per una stagione («La repubblica», giovedì, 1 ottobre 2015)
La Tonnara è di tutti. Su storia e bellezza non c'è il copyright (la Repubblica - Palermo, venerdì 14 agosto 2015)
Ecatombe nel Mediterraneo... ecatombe nel Mediterraneo...
Tra le pagine più belle del «Tamburo di latta» di Günter Grass
Per ricordare esattamente cosa accadde alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto nei giorni del G8 (2001).
Accade in Sicilia... come potrebbe accadere solo in Sicilia
COSA FARE. COME FARE Iolanda Romano (Chiareletere)
Scrivo dunque sono (Evelina Santangelo)
Trittico Andreotti
Un tratto dello spirito nazionale: Fingere di non sapere… Ovvero dell'ingenuità e del candore del senatore Andreotti (e non solo)
Chiusa nella mia stanza in un'abissale solitudine («il Fatto Quotidiano» 10/12/2012
A Terramatta; di Costanza Quatriglio l'Efebo d'argento 2012
IL PROFILO DEL POTERE IN ITALIA - DATI EURISPES 2012
L'ultima bicicletta di Evelina Santangelo su «Doppiozero» (6 novembre 2012)
Perché il processo (Pier Paolo Pasolini «Corriere della Sera» 28 settembre 1975)
Se una città sa riconoscere i suoi narratori (La Repubblica - Palermo 14/09/2012)
STORIE PARALLELE DAI QUARTIERI DI PALERMO
Aspettando Palermo. La voglia di rinascere di noi sopravvissuti (La Repubblica - Palermo 12 giugno 2012)
Aspettando Palermo. La voglia di rinascere di noi sopravvissuti (La Repubblica - Palermo 12 giugno 2012)
Maestri (di valori) senza cattedra in una Palermo vista con occhi bassi.
Studio 2 - TRM
Maestri (di valori) senza cattedra in una Palermo vista con occhi bassi.
PALERMO PRIDE 2012 (col patrocinio della Provincia Regionale di Palermo, dell’Università di Palermo e del Comune di Palermo)
PALERMO PRIDE 2012 (col patrocinio della Provincia Regionale di Palermo, dell’Università di Palermo e del Comune di Palermo)
Workshop sul self-publishing
Sandro Bonvissuto «Dentro», Einaudi
Quello che, tra le altre cose, mi ha insegnato mio padre.
Palermo. Ci si continua a dilaniare «a sinistra»...
Booksweb tv
Roberto Andò ed Evelina Santangelo dialogano su Palermo. Due scrittori, una città in crisi. «Tra le rovine segni di vita»
Delirio elettorale...
PRESENTAZIONE «COSE DA PAZZI» ALLA VICARIA.
Una sedia per il Teatro Garibaldi Aperto
Ricordando Primo Levi
Palermo mai vista (da «Grazia» 9/4/2012)
UNA CITTÅ DA ROMANZO (intervista di Salvatore Ferlita a Evelina Santangelo)
Massimo Maugeri: intervista a Evelina Santangelo.
Il 3 aprile in libreria
Una riflessione su TQ dal sito di Michela Murgia
È morta Agota Kristof...
Ma è decrescita o trionfo del bestseller?
Su “Elisabeth” di Gilda Policastro
Tutti arancioni per mandare a casa questo governo
Voto alla Camera sul fine vita... 278 sì, 205 no, 7 astenuti
APPELLO ARANCIONE lanciato da Roberto Vecchioni, Daria Colombo e altri cento firmatari.
Sono libera di dire: ora devono pagare (da «il Fatto Quotidiano» domenica 10 luglio 2011)
IL POPOLO NON DEVE AVERE PAURA DEI GOVERNI
I blog italiani più seguiti - Classifica giugno 2011
L’anima, nel concreto... (Goffredo Fofi incontra Alice Rohrwacher)
La Generazione TQ e il verduraio di Havel
Vita della albero L'
Scrivono in tanti, sulla soppressione a Marsala del Festival "A Chiare Lettere"
Referendum 12-13 giugno: DIAMO UN SEGNALE CIVILE FORTE E SONORO.
Protestano i detenuti all'Ucciardone di Palermo. Da giorni. Nessuno se ne accorge.
Né apatica indifferenza né invettive ingiuriose né narcisismi ombelicali. Dovere di critica.
Il Dio impassibile di Malick (da «il Fatto Quotidiano» - mercoledì 1 giugno 2011)
Il vento del nord, il vento del sud...
Ricominciamo da qui
APPELLO AI MILANESI
Intelligenza e umanità - Un pensiero prima di partire pe il salone del libro di Torino.
Cosa importa alla Nato? certo non le vite umane...
Questo referendum è una battaglia civile!!! In rai non se ne deve parlare. Ecco la lettera ai cittadini di Mariachiara Alberton
In questa Pasqua...
Le nostre comuni sorti repubblicane e democratiche
Asor Rosa: Non c'è più tempo.
Chi c'è dietro la morte di Vittorio Arrigoni? Perché è morto Vittorio Arrigoni?
In questo giorno di lutto...
Il cappio è chiuso...
Ma se un governo...
Pace a responsabilità limitata
Mio figlio cieco senza Giochi. Colpa della Gelmini (da «il Fatto Quotidiano», 22 marzo 2011)
Io ce l'ho...
In guerra contro Gheddafi
Non sempre si riesce ad essere lucidi...
«L’Italia senza inconscio. E senza desideri» di Massimo Recalcati
8 marzo 2011...
L’uomo dei segreti tra tangentopoli, santi e Santanchè (da «il Fatto Quotidiano» del 5 marzo 2011)
L'8 MARZO 2011 A PALERMO
La scuola, a casa mia
Il paese dei burattini e dei balocchi...
Oggi, a Oslo, è morto un nostro «antico» poeta.
«Accade a Palermo, la mia città» (da «il Fatto Quotidiano» - mercoledì 23 febbraio 2011)
Prima di tutto vennero a prendere gli zingari...
Caro Maroni, ecco che succede appaltando gli immigrati alle dittature
Teledurru. Lettera aperta di Fulvio Abbate a Nichi Vendola
Piccola riflessione marginali su certi disguidi con la stampa.
Perché sarò in piazza («il Fatto Quotidiano - giovedì 10 febbraio 2011)
Jennifer, che ha perso tutto, persino la traccia esile di un nome... nella mia città.
Aasma, la più coraggiosa ( «il Fatto Quotidiano» - 8 febbraio 2011)
Se non ora quando... nelle città d'Italia
Ciò che non siamo ciò che non vogliamo.
Il dissenso di Asmaa Mahfouz e il ruolo delle donne degiziane nelle proteste contro Mubarak
La conversazione globale al tempo dei citizen media: Global Voices Online
RUBY: SANTORO-TRAVAGLIO-SPINELLI, AVANTI PER LEGITTIMA DIFESA
Preghiera ai naviganti (da «il Fatto Quotidiano - sabato 29 gennaio 2011)
Scrittori e Battisti. La censura non è mai una buona idea (da «il Fatto Quotidiano - mercoledì 26 gennaio 2011)
Tutti contro la censura degli autori "pro-battisti" (Simonetta Fiori)
Una firma per Jafar Panahi
Libertà e giustizia sociale...
Vi prego, non «rivoltiamoci»... nella melma.
«L'agonia del teatro italiano» si potrebbe intitolare questa analisi spietata e quest' appello accorato del baritono Alfonso Antoniozzi
Il BUONSENSO...
BATTISTI, LE VITTIME, LO STATO di Giacomo Sartori (da Nazione Indiana)
Maghreb. L'umanità che brucia...
Rodotà: l’Italia laboratorio di totalitarismo (El Pais)
«I cento padroni di Palermo» di Pippo fava
«Scrivere è un lavoro», Josè Saramago
Che sia un buon inizio 2011 un po' dipenderà anche da ciascuno di noi...
Il metodo Marchionne & company... come importare il modello di lavoro cinese, dopo essersi sbarazzati di tutto il resto...
Un augurio, più che gli Auguri di Natale. Un controcanto di amore civile.
L’assalto ai palazzi del potere «fantasma»
Dettagli di... potere
A NATALE PUOI... UCCIDERE LA LIBERTA' D'ESPRESSIONE...
Caro Saviano
B, Mangano e la sottomissione
Cultura fuori dalla cultura (da «il Fatto Quotidiano)
Foto di gruppo senza piazza (da «il Fatto Quotidiano»)
Omaggio al Maestro Monicelli
Matteo Renzi e il Cavaliere
«La resistenza al presente» di Chiara Valerio (L'Unità, 26 ottobre 2010)
Joubran Khalil Joubran (traduzione del narratore iracheno Yousif Latif Jaralla)
Nichi Vendola: Elogio della bellezza.
Rizzoli e il romanzo dedicato all'epica dei giovani di Casa Pound...
LIBERTA' D'ESPRESSIONE...
«Cosa c’è di europeo nella letteratura europea?» (da Nazione Indiana)
Pasolini e gli Italiani
piccole patrie, distretti economici (da Nazione Indiana)
Sarah, un orrore domestico
Perché l’intellettuale ha perso l’aura? (da Europa - 5 ottobre 2010)
Perché abbiamo scelto di fare i libri delle Murene (Nazione Indiana)
Le recensioni delle scrittrici secondo lo scrittore Ottavio Cappellani...
Incredibili scuse a Dell'Utri («il Fatto quotidiano», martedì, 20 luglio 2010)
Bossi, il dottor «ce l’ho duro» (da «il Fatto Quotidiano» - martedì 10 agosto 2010)
Oro nero, ultimo nemico dell'Amazzonia («il Fatto Quotidiano» - giovedì 5 agosto 2010)
Mondadori, il coraggio di parlare (da "il Fatto Quotidiano" - mercoledì 1 settembre 2010)
Dopo dieci anni di collaborazione con la casa editrice Einaudi, dichiaro che io oggi più che mai non me ne vado.
«L'Eguaglianza uccisa dal Progresso» di Marco Revelli
«Così muore una Mamma Coraggio» di Paolo Sapegno
Pietro Mirabelli è morto, in miniera
Negato l'uso delle intercettazioni a carico di Cosentino. Il lutto della giustizia e la nostra vergogna.
A PROPOSITO DEI RISULTATI DEI TEST INVALSI. NORD, SUD E STRANIERI di Fiorella Farinelli
«Il senso di Vespa per le tette» («il Fatto Quotidiano», 7 settembre 2010)
DITE A TUTTO IL MONDO CHE HO PAURA DI MORIRE
Lavoro: Fantozzi era un dilettante («il Fatto Quotidiano», venerdì 16 luglio 2010)
Articolo 21 della Costituzione Italiana Riformata in base al diritto inalienabile alla «distrazione di Stato»
Cari lettori, gli scrittori Einaudi firmatari di questa lettera...
Addaura, nuova verità sull'attentato a Falcone (di Attilio Bolzoni - La Repubblica)
Siete tutti invitati alla: FESTA DI NAZIONE INDIANA (nel Castello Malaspina di Fosdinovo in Lunigiana)
Gianni Biondillo racconta Nazione Indiana: « a fine maggio siete tutti invitati alla nostra festa»
VISIONI D'ITALIA / MARSALA «Il porto e il vino, due leggende divorate dal tempo. Dei monumenti restano un piedistallo e qualche pilastro imbrattato. Marsala assassinato dalle vendemmie verdi » di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
La responsabilità dell’autore: Biagio Cepollaro (da Nazione Indiana)
IL SILENZIO COMPLICE di Evelina Santangelo (Pubblicato su Nazione Indiana)
SCIASCIA, IERI, OGGI E DOMANI di Evelina Santangelo (il Fatto Quotidiano - giovedì 25 marzo 2010)
La responsabilità dell’autore: Marcello Fois (Da Nazione Indiana)
Antonio Albanese: le sette parole chiave...
«Faccette verdi, tifoseria e cinepanettoni. Metafore elettorali per il Piemonte» di Gaia Rayneri
La responsabilità dell’autore: Nicola Lagioia (da Nazione Indiana)
Intervista a Evelina Santangelo (webzine: Sul Romanzo)
Intervista inedita di Fabrizio De Andrè
T.R.S.T me! (Trieste vista dalla Luna) di Azra Nuhefendic (da Nazione Indiana)
NON TOCCARE IL MIO AMICO. Manifesto contro il razzismo in Italia.
«Palermo, quando la vita è un Gratta & Vinci» di Evelina Santagelo (il Fatto Quotidiano, sabato 27/02/2010)
Altri articoli su Mafia a Milano (da Nazione Indiana)
Nella bocca di Milano di Giuseppe Catozzella (da Nazione Indiana)
La responsabilità dell’autore: Michela Murgia (dall'inchiesta di Nazione Indiana)
«I meridionali sono meno intelligenti» da «il Corriere della Sera.it» (16 febbraio 2010)
«Lo scrittore solo» di Evelina Santangelo (il Fatto Quotidiano - sabato 13 febbraio 2010)
È morto J. D. Salinger... di cui non restano immagini recenti... a uso della stampa, almeno... ma ci restano intatti nella loro forza i suoi racconti e romanzi.
Gianni Lannes: libertà di stampa, navi dei veleni e... «leggerezze» o «distrazioni» di Stato
«Ascoltando “Un sopravvissuto di Varsavia” di Arnold Schoenberg», di Orsola Puecher (da Nazione Indiana)
«Morire nel deserto» di Fabrizio Gatti (da L'espresso)
«Terroni parassiti. Odio e identità di Radio Padania» di Evelina Santangelo (Il Fatto Quotidiano, sabato 23 gennaio 2010)
«Pubblicare per Berlusconi?» di Helena Janeczek (da Nazione Indiana)
Ipocrisie e pregiudizi leghisti... conditi di somma arroganza e ignoranza crassa e... potere politico.
«Vite maledette»... vite da Insân... Uomini.
Rosarno: parlano gli stranieri, e sono parole che dovrebbero solo farci provare vergognare...
Rosarno e la rivolta degli schiavi: due pezzi pubblicati su NI degni di nota. Autori degli articoli: Marco Rovelli e di Biagio Simonetta
Kids On Rainbows... a tutti!
Orrore... in Iran...
Roma, Camera dei Deputati 3 gennaio 1925 (perché oggi è davvero tutto diverso, ma le parole non sono vergini)
«Siamo tutti feriti» di Evelina Santangelo
Rivoluzione verde. Ayatollah Kamenei: «gli oppositori sono cme la schiuma sull'acqua. Quello che rimane è il sistema. L'opposizione sarà eliminata»
Una delle venti capitali mondiali dei veleni: Linfen (Cina)... «la città morta» abitata dagli «spettri del mondo»
12.12.1969 Strage di Piazza Fontana - 12.12.2009 La giustizia non abita qui...
Scala - Carmen backstage
Io sto con i magistrati (Evelina Santangelo)
Firma anche tu l'appello di Roberto Saviano contro il cosiddetto «processo breve» sul sito di La Repubblica.it
da Wikipedia: La Banca Rasini (Berlusconi, Andreotti, Sindona, Calvi, Provenzano, Riina, Magano...)
«Berlusconiani ma compagni. A Einaudi la lotta continua» di Francesco Borgonovo (Libero 1-12-2009)
Alberto Asor Rosa: «Perché si spara su Einaudi» La Repubblica (30-11-2009)
«Letteratura come filosofia naturale» di Marco Belpoliti (da La Stampa)
«Il coro degli aspiranti scrittori, intellettuali, scrittori-intellettuali del nostro tempo... » (di Evelina Santangelo)
No-B Day
Walter Siti «Troppi paradisi» (2006).
«Coccodrillo amoroso. Ricordo di Alda Merini a pochi giorni dalla morte» di Marco Simonelli (Nazione Indiana)
«Noi sappiamo. Sono anni che sappiamo» di Barbara Spinelli
Primarie Pd: chiunque vinca...
«Note sul rapporto tra personale e politico (in margine al caso Marrazzo)» di Marco Rovelli (Nazione Indiana)
L’emergenza estetica nell’Italia maschilista di Maria Laura Rodotà (Corriere della Sera - 14 ottobre)
«Dialogo con Giorgio Vasta» di Alessandro Garigliano
Dopo la candidatura di Palermo alle Olimpiadi 2020...
Il pedinamento del giudice Mesiano... un tipo da tenere sotto stretta sorveglianza... come chiunque di noi... (verrebbe da dire, vista la natura delle stranezze che gli vengono contestate)
Il Fatto Quotidiano - venerdì 16 ottobre: un bell'articolo di Barbara Spinelli sulla cultura dell'anti-stato.
Il re di «Pointlandia, «Esso»... lancia la sua rivoluzione...
«È l’animale, questo, che non c’è» di Orsola Puecher (Nazione Indiana)
Pensiero eversivo... in tempi di «crisi».
«L’epica-popular, gli anni Novanta, la parresìa Appunti sui tre saggi di Wu Ming 1 contenuti in New Italian Epic» di Tiziano Scarpa
Scorte negate.... Un articolo pubblicato su Agoravox. Autore: Sergio Bagnoli
«Baarìa (ovvero, il tempo dei sorvolatori)» di Evelina Santangelo (Nazione Indiana)
Mario Cervi e la sua «stanza» del manganello, nel Giornale diretto da Feltri
Negrita: Il libro in una mano, la bomba nell'altra
«La rivolta delle figlie» di Renzo Guolo (la Repubblica, giovedì 17 settembre 2009)
«Miraggi (ovvero, contrappunti ironici) di Sicilia» di Evelina Santangelo
LEGA LADRONA: a Renzo Bossi (figlio del senatùr Umberto Bossi) incarico da 12.000 euro al mese
«Frontiere erranti della letteratura» di Gianni Celati (Alias, 12 settembre 2009)
«VIDEOCRACY o del fascismo estetico» di Andrea inglese (da «Nazione Indiana»)
Berlusconi, presidente di turno al Parlamento Europeo (2003): «i turisti della politica...». Una pagina che ancora umilia.
E ora querelaci tutti (reazione - NI)
«Il salto di qualità...» di Evelina Santangelo
«La spaventosa ipnosi in cui sembra caduto il nostro paese» di Evelina Santangelo (pubblicato in NI)
Non si tratta solo di «sbavagliarsi»... Si tratta di uscire da questa sorta di spaventosa ipnosi in cui sembra caduto (o ricaduto) il nostro paese.
«Fatima e il Brembo» di Helena Janeczek (da Nazione Indiana)
«Una gabbia per Calderoli» (di Maria Novella Oppo); «Calabria, Acquaformosa si deleghizza» (di Enrico Fierro)
Hamid Ziarati (scrittore iraniano, autore de' «Il meccanico delle rose»): «Lo slogan più bello in Iran: Dio è con noi, oscurate anche Lui!»
Roberto Saviano: «Perché Pecorella infanga don Peppe Diana?»
UN NASTRO VERDE AL POLSO. Appello dello scrittore Hamid Ziarati per la causa iraniana
25 luglio 2009, Roma: Global Day of Action - giornata di solidarietà per il popolo iraniano
Memorie eversive in tempi di ronde... Leggete «Quando i clandestini eravamo noi» di Aldo Maturo (Agoravox)
«Quando i cladestini eravamo noi» di Aldo Maturo
Message to the Young People of Iran by Bernard-Henri Lévy
«I ragazzi di Teheran...» di Evelina Santangelo
L'onda verde... Se il mondo ci chiama...
«Stazione Cumana di Montesanto... Come muore ognuno di noi», di Evelina Santangelo
Firmiamo l'appello di Repubblica contro la legge-bavaglio
«Teoremi... Riflessioni a margine dell’articolo di Carla Benedetti» Evelina Santangelo
«Scurati, una teoria per ogni stagione», di Carla Benedetti
Il nuovo sentimento che serve alla Sicilia. La città e la mafia (La Repubblica-Palermo, 2 giugno 2009)
Marco Belpoliti «Senza Vergogna». Intervento letto a Officina Italia
23 maggio 1992. Per non dimenticare...
Condanna Mills «imbarazzante» per Berlusconi, ma l'Italia glissa (di Elysa Fazzino)
La libertà su Internet è in serio pericolo ! (di Salvo Fundarotto)
La Corte costituzionale cambia la legge 40, insorgono i cattolici
«Se qualcosa è accaduto... (incontro con i ragazzi del Malaspina)» di Evelina Santangelo
«Attacco frontale allo spirito e ai fondamenti della nostra nazione. Esiste più la nostra nazione?» di Evelina Santangelo
Italia: a rischio la ibertà di stampa. Global Press Freedom 2009.
Il grande inganno del dopo terremoto (Da Il Messaggero.it - 3 maggio 2009)
Stand by me (di Jack Nitzsche)
«Se ogni gesto ha un peso e un valore che dipendono dai gesti precedenti... Memorandum dei 25 aprile del premier Berlusconi» di Evelina Santangelo
Prove di «equilibrismo»
«Ma io per il terremoto non do un euro» di Giacomo Di Girolamo (in www.marsala.it)
Kandahar: uccisa l'attivista per i diritti delle donne Sitara Achikzai.
Ray Bradbury «Fahrenheit 451»
Il treno del desiderio (foto inviata da Sabah Benziadi)
Vincenzo Pirrotta mette in scena «Terra matta».
«We will not go down» (Song for Gaza) by Michael Heart
«Stranieri... (alcune riflessioni che stanno alla base dell'idea di «straniero» in «Senzaterra»)» di Evelina Santangelo
«Vi racconto come una Senzaterra vive il suo rapporto con la Terramadre»
La lettera di Oscar Wilde recitata da Roberto Benigni
«Se non ora, quando...» di Evelina Santangelo
Nel 40° anniversario della morte di Jan Palach
In ricordo dell'amico fragile...
Forse sarebbe il caso di ricominciare tutto da qui...
Quel che vorrei augurare ai miei corregionali... e ai miei connazionali
L'Italia s-paesata... (una voce s-paesata)
Quando i lettori ti danno la sensazione di aver scritto proprio il libro che desideravi scrivere... (una lettera di Maria Adele Cipolla)
Torniamo un po' a pensare
Un gesto di civilità - di Roberto Casati (ricercatore del CNRS, vive a Parigi dove lavora al CREA - Centre de Recherche en Epistémologie Appliquée)
"Polar Express", destinazione: l'incubo
Alcune riflessioni sul romanzo "La lucertola color smeraldo" di Ambra Carta (università degli Studi di Palermo. Facoltà di Lettere e Filosofia)
Incontro con i ragazzi della Scuola media Di Vittorio allo Sperone
Riflessioni
«L’epica-popular, gli anni Novanta, la parresìa Appunti sui tre saggi di Wu Ming 1 contenuti in New Italian Epic» di Tiziano Scarpa

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Da Nazione Indiana

articolo di Tiziano Scarpa

 

 

Nei suoi tre saggi contenuti in New Italian Epic, Wu Ming 1 dice alcune cose che trovo condivisibili. Prima di lui, parecchie delle stesse cose le hanno dette Carla Benedetti in Pasolini contro Calvino e L’ombra lunga dell’autore e Il tradimento dei critici e in vari interventi, Alberto Casadei in Romanzi di Finisterre, Valerio Evangelisti in Alla periferia di Alphaville e Distruggere Alphaville e in vari interventi, Tommaso Labranca in Andy Warhol era un coatto, Antonio Moresco in Lettere a Nessuno e Il vulcano e L’invasione e in vari interventi1, per non parlare di altre scrittrici e scrittori stranieri nelle loro riflessioni sulla letteratura.

Consapevoli o no che siano, quasi tutti questi debiti non vengono riconosciuti nei saggi di Wu Ming 1. Va bene, diciamo che non importa: l’importante è che oltre a dire quelle e altre cose, Wu Ming 1 abbia elencato caratteristiche ed esempi di alcuni romanzi pubblicati in Italia in questi ultimi quindici anni che possono contribuire a promuovere un’idea ambiziosa di letteratura. Il romanzo storico-guerresco e l’epopea malavitosa non sono i generi di libri che preferisco come lettore (sono molto interessato, invece, agli “oggetti narrativi non-identificati”). Però, con tutti i miei limiti umorali e di comprendonio, cerco di apprezzare ciò che c’è di buono da qualunque parte arrivi, e non ho mai escluso che anche da questo alveo nascano opere notevoli.

Cosa resterà di quegli anni Novanta?

Ci sono molte cose sostenute da Wu Ming 1 nei suoi interventi in New Italian Epic con cui non sono d’accordo, e qui non le analizzerò tutte2.
Il suo partito preso a favore dell’epica-popular in questi tre saggi gli fa palesemente sottovalutare (e smaccatamente disprezzare, irridere, distorcere e mettere in caricatura) la sostanza e il valore di tutto ciò che accade fuori da essa. Mi spiace per lui e per ciò che si perde.

Non sono d’accordo con la ricostruzione che Wu Ming 1 fa della letteratura degli anni Novanta3. È manchevole e faziosa. Cancella le tracce di molti autori e autrici che, ne fossero consci o no, in quegli anni si opponevano di fatto ai “postmodernismi da quattro soldi”. Forse questa faziosità dipende dal bisogno di far spiccare, per contrasto, le opere degli anni Novanta che Wu Ming 1 indica come apripista dei romanzi epici-popular degli anni Duemila. Ma non è giusto, non è accettabile dipingere come un deserto di frivolezza e disimpegno quel decennio. Negli anni Novanta erano attivi in Italia autori e autrici che avevano fiducia nella parola, credevano nella scrittura, davano forma a opere di grande ambizione artistica e di respiro vasto e di particolare cura stilistica (che è una delle forme possibili di impegno conoscitivo e politico), e non manifestavano alcun distacco ironico dalle loro opere. Ammesso che le tendenze dominanti fossero quelle dei “postmodernismi da quattro soldi”, a maggior ragione si fa un torto doppio, e ancora più grave (perché ora noi disponiamo del senno di poi) nel non riconoscere il merito e valorizzare chi già allora andava controcorrente, magari percorrendo sentieri solitari. È una valorizzazione che, nella pratica, non vuol mica dire inserire autori e autrici “in qualche parnaso di stronzi”4, ma indicare titoli che vale la pena leggere ancora oggi, opere che meritano di restare editorialmente vive nonostante, in alcuni casi, non siano più ristampate o non vengano riproposte in tascabile.

Sicuramente dimenticherò molti titoli (come quello di Wu Ming 1, anche questo mio elenco è in fieri), d’altronde non ho certo letto tutto quello che è stato scritto in quel decennio, ma provo ugualmente a stilare una piccola lista personale, che dipende molto (quanto a manchevolezza) dai miei gusti e dalle mie idiosincrasie.

Secondo me non si può fare finta che negli anni Novanta non siano stati scritti (in ordine alfabetico) L’erede e Sarajevo, maybe di Gianfranco Bettin, La buona e brava gente della nazione di Romolo Bugaro, Fonderia Italghisa di Giuseppe Caliceti, Il suono del mondo di Giampiero Comolli, Vita agra di un anarchico di Pino Corrias, Colpo di lama e Anomalie di Mauro Covacich, Il ferroviere e il golden gol di Carlo D’Amicis, Staccando l’ombra da terra e Mania di Daniele Del Giudice, Euridice aveva un cane, Filologia dell’anfibio e Tu, sanguinosa infanzia di Michele Mari, Un bacio al mondo di Raul Montanari, Clandestinità e Gli esordi di Antonio Moresco, Questo è il giardino, La felicità terrena e Fantasmi e fughe di Giulio Mozzi, Il dipendente di Sebastiano Nata, Woobinda e Puerto Plata Market di Aldo Nove, Il mostro di Vigevano di Piersandro Pallavicini, XXXX! Racconti porni di Filippo Scòzzari, La terra dei dinosauri di Carola Susani, Per voce sola di Susanna Tamaro, La chimera e Marco e Mattio di Sebastiano Vassalli, Occhio per occhio di Sandro Veronesi, Dei bambini non si sa niente e In tutti i sensi come l’amore di Simona Vinci. Non pochi libri5 che (anche se molti di loro non sono epici), non per questo sono liquidabili come “postmodernismi da quattro soldi”6.

Quanto costa dirsi “new”

Quanto all’aggettivo “new”, non trovo fondata in maniera convincente la discontinuità che esso designa. Per Wu Ming 1 la svolta nella letteratura italiana degli anni Novanta deriva dalla caduta del Muro di Berlino e da Tangentopoli. Ma i fenomeni artistici (e le loro etichette, le sintesi nominali che li focalizzano) non sono per forza legati a eventi storici in un vincolo di necessità stringente. Per Wu Ming 1, evidentemente sì. Il suo è uno schema storicistico, che vede l’arte e la letteratura come semplici conseguenze di eventi epocali. È un punto importante da criticare, se si vuole salvaguardare il valore allegorico delle opere letterarie, valore al quale giustamente Wu Ming 1 tiene molto (e che – aggiungo io intervenendo per così dire d’ufficio – appartiene potenzialmente a tutta la letteratura, non certo soltanto alle opere epiche-popular, italiane o straniere, nuove o vecchie che siano)7.

Il dispositivo dell’allegoria (anche per come la illustra Wu Ming 1) consiste in una forma speciale di prefigurazione. Se un’opera è allegorica, vuol dire che è anche in grado di prefigurare il futuro. L’opera non parla soltanto del passato, ma del futuro. Non dipende totalmente da ciò che è accaduto, perché contribuisce a sagomare anche ciò che accadrà (a partire dal fatto banale, ma non per questo semplice, che essa sagoma la nostra lettura e le nostre interpretazioni).

Nel 1990 viene pubblicato Insciallah di Oriana Fallaci, notevole esempio di “Italian Epic”, per nulla ascrivibile all’ironia postmoderna: l’unica sua pecca per non essere “new” è che è un romanzo pubblicato prima del fatidico 1993, anno sancito per decreto storicistico da Wu Ming 1. Tra l’altro, fu un libro che ebbe un enorme successo, unendo elementi complessi e popular. Nel 1992 esce Petrolio di Pier Paolo Pasolini che, accettando la (non)definizione di Wu Ming 1, potrebbe essere etichettato come “oggetto narrativo non-identificato”, un libro dal respiro epico (ma è stato scritto prima! Appunto: però è stato pubblicato in quell’anno, è intervenuto storicamente in quell’anno, e ha costituito un exemplum per scrittori e scrittrici, un evento paradigmatico e germinativo). Anche solo limitandomi a questi due libri capitali (capitali per mole e successo di pubblico nel caso di Insciallah, e per mole e densità di scrittura nel caso di Petrolio) io non vedo discontinuità letteraria fra il prima e il dopo 1993.

Wu Ming 1, a pagina 79, ha già ribattuto a queste mie obiezioni affermando che chi porta esempi di libri pubblicati prima del 1993 fa “un’operazione che ignora la premessa”, ovvero che le opere del New Italian Epic siano “figlie del terremoto che pose fine al vecchio bipolarismo”. Ma è proprio questo il punto: è proprio quella premessa che non mi convince: non è che la ignoro, è che non la accetto, e il mio modo di discuterla è evidenziare che la periodizzazione di Wu Ming 1 si regge esclusivamente su fatti “storici”, su una descrizione del tempo completamente ipotecata dalla Storia, ossia dalla narrazione egemone dei “fatti di Potere”, dei fatti che contano. Ma io sono un lettore, e per me i fatti che contano sono anche le opere letterarie, vale a dire che mi interessa moltissimo come i singoli individui disarmati, armati soltanto della loro scrittura (gli autori e le autrici) hanno voluto e saputo intervenire nella Storia con le loro opere. Anche quelle per me sono eventi, per quanto apparentemente meno rilevanti degli eventi “storici” (ma anche Wu Ming 1 in New Italian Epic si occupa in gran parte di questo genere di eventi: i libri pubblicati). Non sto presupponendo dunque una storia letteraria separata da quella del cosiddetto Potere; la letteratura non è certo un recinto autarchico al riparo da ciò che accade.

Wu Ming 1 si basa soltanto sulla storia del Potere per fondare una periodizzazione letteraria, un Potere che, crollando, mutando forma, strutturandosi in nuove configurazioni, secondo Wu Ming 1 libera forze letterarie: la storia della letteratura secondo Wu Ming 1 è dettata dalla narrazione del Potere. Io che (come lettore) ho scelto di interessarmi alla letteratura proprio per stare ad ascoltare altre narrazioni, altre forme di discorso, altre storie (cioè le storie degli scrittori e scrittrici, dei cittadini armati della loro scrittura), prendo in considerazione un flusso più largo. Wu Ming 1 fa alcune tomografie assiali storiche dal 1989 al 1992, e vede giustamente il crollo del Muro di Berlino e Tangentopoli. Ovviamente anch’io in quegli anni ravviso le stesse cose, però allargo un poco lo sguardo e vedo anche Insciallah e Petrolio, vedo in Insciallah e Petrolio i più immediati e rilevanti precedenti formali e sostanziali, se non i capostipiti di ciò che Wu Ming 1 chiama “New” Italian Epic. La continuità dell’epica-popular e dei cosiddetti “oggetti narrativi non-identificati” è ininterrotta, e si potrebbe forse proseguire risalendo ulteriormente negli anni che precedono queste due opere.

Quindi, secondo me quel “new” al massimo può valere nell’accezione debole di “recente”. Ma non importa, va bene lo stesso. Chiamiamola “new”, se può servire. Però dobbiamo sapere che non è vero che è nuova, non è vero che l’epica degli anni Novanta (peraltro individuata da Wu Ming 1 in ben pochi titoli specifici) e degli anni Duemila segna una discontinuità rispetto a quello che è accaduto in letteratura a ridosso del 1993. A ridosso del 1993, negli anni Ottanta e primi anni Novanta, è lì che è importante guardare per vedere se la periodizzazione di Wu Ming 1 tiene, non tanto nei secoli e decenni distanti8.
Chiamiamola pure “new” se può servire a diffondere elenchi di libri che vale la pena leggere, e a fornire un’occasione per descrivere come sono strutturati artisticamente. Con la cartaccia che c’è in giro, con le forze pubblicitarie che ci sono in campo per promuovere libri orrendi, qualche gioco non del tutto candido può essere lecito.

Però dobbiamo sapere quanto ci costa chiamarla così. Il prezzo da pagare per quel “new” è implicare che noi scrittori e scrittrici, noi cittadini armati delle nostre parole, non siamo liberi, né disponiamo di un’autonoma forza prefigurativa: significa ammettere che conta solo la storia del Potere, e noi non possiamo che conformarci a essa, persino quando ci diamo un nome, persino quando dobbiamo scegliere che cosa fare con la nostra scrittura. Significa accettare che le storie che scriviamo, le controstorie, le ucronie, le epopee, gli sguardi sghembi eccetera, che insomma tutte le cose che esprimiamo proprio per dare il nostro contributo a sconfiggere quel Potere e correggere quella Storia, in realtà, per nostra stessa impotente ammissione, dipendono totalmente da quel Potere e da quella Storia (giacché noi le neonominiamo a partire da come si sono neonominati la Storia e il Potere).

Se io lavoro a una critica della Storia, e a un’allegoria del futuro per prefigurare altre storie, dando forma a immaginazioni di potenzialità ineffettuate, se faccio tutto questo per dare il mio contributo artistico-immaginativo a cambiare la Storia e cambiare il Potere, e però poi assumo, per autonominarmi, le stesse categorie storiche che mi fornisce la Storia del Potere stesso, allora cado in una contraddizione autolesionistica: accetto il frame dell’avversario, assumo la sua impostazione del discorso.

Porgere orecchio solo all’eco di un Eco

Non mi sembra conoscitivamente utile ridurre il postmoderno a qualche frase delle Postille a Il Nome della rosa. Nonostante un certo qual imbarazzo e contorsionismo teorico autogiustificativo di Eco, in quegli anni, nell’aver dato alle stampe qualcosa che superava e, a detta di molti, tradiva la sua ex militanza neoavanguardista, il suo Il nome della rosa è un’opera serissima. È l’opera in questo caso che bisogna guardare, non le posteriori giustificazioni d’autore. Mi ricordo di aver letto in quegli anni una recensione su “Alfabeta”, proprio la rivista degli ex neoavanguardisti, rivista di cui Eco era una delle colonne portanti. Se non mi sbaglio fu Maria Corti, oppure Renato Barilli (cercherò di controllare) a far notare a Eco che la sua non poteva essere considerata una citazione, un’operazione en travesti, una mossa ironica: una citazione, diceva più o meno il recensore (vado a memoria a trent’anni di distanza), per essere percepita come tale, deve durare poco, ma quando si aprono virgolette per richiuderle dopo cinquecento pagine, non si tratta più di citazione, bensì di qualcosa di completamente diverso, è un lavoro in cui l’autore si riconosce, per il fatto di essersi così zelantemente impegnato a dargli forma. E in effetti Il nome della rosa è uno splendido romanzo transmediale, è la prosecuzione e sviluppo con altri mezzi, con altro medium, dell’opera di Eco studioso delle estetiche medievali. “Di ciò di cui non si può parlare, si deve narrare”, recitava il risvolto di copertina della prima edizione, parafrasando l’arcinoto motto wittgensteiniano. Il nome della rosa è uno spin-off delle teorie di Eco sulla storia della cultura e sull’eredità che ci ha consegnato (o meglio, sottratto) un filone del cristianesimo medioevale. Non potendo dimostrare, dati filologici alla mano, che la svalutazione culturale del comico derivava da una deliberata censura monastica di una fetta della Poetica di Aristotele, Eco lo ha fantasticato narrativamente.

Ma nel saggio di Wu Ming 1, a parte le generalizzazioni manchevoli e le faziose sintesi panoramiche, se si tratta di analizzare da vicino ciò che è stato scritto negli anni Ottanta e Novanta, tutto si riduce a qualche frase delle Postille al Nome della rosa. Pazienza, non pochi dei libri scritti negli anni Novanta e Duemila che Wu Ming 1 inserisce nella sua lista preferenziale sono notevoli, è opportuno promuoverli e farli leggere, di questi tempi si possono anche perdonare questi espedienti non del tutto impeccabili. E poi è bello e meritorio spiegare a chi non lo sa che cos’è l’allegoria, che cosa sono i mitologemi9: io ho avuto la fortuna di impararlo all’università, ma non tutti hanno fatto un certo tipo di studi. Fa piacere vedere degli scrittori che fanno agire le categorie analitiche della teoria letteraria applicandole alla lettura delle opere, dando una lezione a molti cosiddetti critici. Mentre leggevo le pagine in cui veniva intelligentemente rivitalizzato e messo al lavoro per l’interpretazione dei testi il tecnicismo accademico “mitologema” ho provato ammirazione. Bravo Wu Ming 1.

Gomorra e l’io come arma politica

I Wu Ming insistono molto sul valore della transmedialità, sviluppato da Henry Jenkins in Cultura convergente10. Ma a mio parere non sfruttano a pieno le intuizioni di Jenkins non applicando questa categoria al caso Gomorra.

Roberto Saviano ha proseguito la scrittura di Gomorra con alcuni atti transmediali. Le apparizioni in televisione, il discorso in piazza a Casal di Principe nel settembre del 2006 (a cui hanno fatto seguito le minacce camorristiche, l’appello di intellettuali e politici e l’assegnazione della scorta di polizia) secondo me sono prosecuzioni transmediali di Gomorra, sono sviluppi del suo libro su altri media, non solo in quello televisivo, ma anche nel medium comizio (che è stato ulteriormente medializzato su giornali e televisioni, e Roberto Saviano non poteva non esserne conscio). Sono quegli atti che, per di più, hanno innescato una diffusione clamorosa del testo-Gomorra, che a quel punto è divenuto transmedialmente inscindibile dalla persona Roberto Saviano e dalle sue uscite pubbliche, dal vivo e sui media.

Ebbene, questi atti sono stati possibili, e sono risultati tanto più inauditi ai suoi concittadini e a tutta l’Italia e al mondo intero, perché Roberto Saviano ci ha messo il nome e cognome famigliare con il quale era conosciuto in quei luoghi fin dalla nascita, ci ha messo la sua faccia, ci ha messo la sua voce e il suo corpo. Hanno avuto un peso politico e sociale impressionante perché Roberto Saviano è andato a dire quelle cose in faccia ai suoi conterranei e ai camorristi con il suo io (prima dicendone alcune con il suo libro e poi altre di persona, e le due cose transmedialmente hanno costituito un’opera convergente), perché era di quella terra, perché ha raccontato cose che lo coinvolgevano. Ha fatto come Diceopoli e Daniel Weinberg, i protagonisti degli Acarnesi di Aristofane e di Come mio padre ha dichiarato guerra all’America di Nick Mamatas11: si è separato dalla comunità di cui faceva parte, ha compiuto una sbalorditiva secessione individuale dalla sua comunità di appartenenza. Ha fatto un atto di parresìa, che, come ha analizzato Foucault negli ultimi suoi corsi al Collège de France, implica rischio, coraggio, libertà, coinvolgimento personale.12.

Anche la teoria filosofica degli atti linguistici ci insegna che per “fare una cosa con le parole”, cioè per compiere un’azione parlando o scrivendo, per esempio fare una promessa, un accordo verbale su un prezzo, un matrimonio, una denuncia, non basta la forza di un enunciato astratto, separato dalla sua situazione comunicativa: bisogna metterci la faccia, la presenza, il corpo, la propria storia, il proprio nome, la propria firma. Bisogna impegnare sé stessi in quelle parole. Il nome proprio, l’io, le nostre facce non sono semplicemente vanità, esibizione, narcisismo: sono la nostra implicazione nel linguaggio. Non sono solo specchietti con cui la società dello Spettacolo ci seduce, né soltanto ingombranti maniglie che rendono più semplice alla polizia acchiapparci. In particolare, il nome e cognome è il simbolo della convergenza del medium scrittura con il medium comunicazione in presenza, faccia a faccia, comizio, immagine, ecc.

Il nostro nome proprio è una parola senza contenuto semantico rilevante. Il fatto che “Silvia” significhi “colei che abita nei boschi” non ha pressoché nessun valore ai fini del funzionamento del nome proprio. Mentre un nome comune, per esempio “postino”, per funzionare può anche permettersi di fare a meno di riferirsi a una data persona, ma deve certamente avere un significato, un nome proprio per funzionare deve riferirsi a qualcuno pur potendo permettersi di non avere un significato. Il nome proprio ha un significato designativo e pragmatico: significa la nostra implicazione nel linguaggio. Il nome proprio indica che anche noi, non solo le cose che diciamo, apparteniamo al linguaggio, siamo implicati nel discorso. È vero, così restiamo impigliati, tracciati nelle parole, e in questo modo ci rendiamo ancora più esposti al controllo dei Poteri. Ma il prezzo da pagare per chiamarci fuori dal linguaggio, e dall’apparire, e dall’esporci di persona, è una diminuzione della forza politica dei nostri enunciati. Senza nomi propri, senza facce, senza corpi, senza io, senza storia personale messa in pubblico e condivisa socialmente, possiamo compiere un minor numero di atti linguistici, o compierne di meno potenti, possiamo fare meno cose con le parole, e in certi casi addirittura non possiamo compiere azioni politiche incisive: diminuiamo o annulliamo la forza parresiastica delle nostre parole.

Il caso di Roberto Saviano, secondo me, potrebbe far riflettere i Wu Ming su quelle che sono state le loro opzioni culturali sull’identità e sulla presenza mediale. Naturalmente non sono loro gli unici responsabili di una certa cultura dell’anonimato, della pseudonimia, della “nessunanza” che ha affascinato una fetta della rete, ma credo che, prima come condividui lutherblissettiani negli anni Novanta, poi come nome collettivo Wu Ming (mi viene da dire “nome semicomune di persona”), appellativo umbratile in cui le individualità tendono a dissolversi intercambiabilmente (l’iperattivo Wu Ming 1 fa parzialmente eccezione), hanno promosso una pratica e un esempio che a mio parere non si è dimostrato il migliore possibile per una politica dell’intervento attivo.

Io penso (e lo sostengo da anni) che, nel momento storico in cui un enorme numero di persone si affaccia per la prima volta, grazie alla rete, alla possibilità di non solo esprimere opinioni, commentare l’attualità, fare controinformazione ecc., ma soprattutto compiere veri e propri atti linguistici, “fare cose con le parole”, dire la verità in faccia al potere, correndo un rischio nel gridare parresiasticamente che il re è un ladro, un criminale, un assassino, ebbene, in un momento simile è importante sostenere e potenziare il valore del coinvolgimento personale nel linguaggio attraverso i dispositivi che abbiamo per farlo, vale a dire i nostri nomi e cognomi (ed eventualmente, se e quando servono, le nostre facce e voci e immagini, e i nostri corpi fuori dalla rete, negli altri media e nel medium della comunicazione in presenza, dal vivo, faccia a faccia), pur essendo consapevoli di tutti i limiti e difetti e trappole che questi dispositivi contengono.13

Mi pare che l’analisi di Gomorra fatta da Wu Ming 1, più che a sottolineare l’implicazione parresiastica personale e autobiografica di Roberto Saviano, punti a enfatizzare soprattutto che dentro quel libro l’autore ingloba nell’io altri personaggi, raccontando come fossero suoi dei fatti capitati a persone che non sono Roberto Saviano: così Wu Ming 1 trasforma surretiziamente Roberto Saviano in un io in qualche modo sfumato, finzionale, condividuale. Ma, ammesso che questo sia vero in qualche capitolo di Gomorra 14 a maggior ragione è stato possibile e ha ottenuto una moltiplicazione d’impatto perché c’è un io forte, individualmente personificato, un nome e cognome, una faccia, un corpo coinvolto e immerso in una storia personale e comunitaria locale ben determinata, un io che si è fatto garante di quelle parole, di quei fatti, a rischio della sua incolumità personale, parresiasticamente15.

È un po’ sgradevole riscontrare che Wu Ming 1 affianchi a Gomorra una minuscola genealogia di libri italiani recenti che comprende un libro dei Wu Ming stessi, uno di Babsi Jones e un paio dell’ottima Helena Janacek. Può darsi, ma come misconoscere altri apporti, dalla rete, dal giornalismo militante, da altri libri che a rischio personale hanno fatto nomi e cognomi, e testi e autori che hanno difeso e praticato e sostenuto la forza parresiastica della presenza personale nel linguaggio e negli altri media, comunicazione dal vivo compresa? Per fortuna che i libri pubblicati, gli interventi su carta e in rete non si possono far sparire per decreto, e chiunque abbia sufficiente onestà intellettuale, un po’ di memoria e non sia offuscato da intenti apologetici può facilmente riscontrare tutto il lavoro che è stato fatto da tanti altri in questi anni. Ma evidentemente a Wu Ming 1, piuttosto che riconoscere come stanno le cose, interessa di più annettere esclusivamente alla propria poetica il più importante libro italiano di questo decennio.

Forse, se davvero si desidera riuscire a “essere i genitori”, come auspica Wu Ming 1, bisognerebbe cominciare ad avere la maturità di riconoscere il valore delle cose che fanno gli altri, simpatici o antipatici, “stronzi” o no che siano. Certo, ci vuole un po’ di buona volontà. Ma in gioco non ci sono le carrierine letterarie, bensì, la nostra responsabilità storica, piccola o rilevante che sia. In gioco, come scrive Wu Ming 1, ci sono orizzonti molto più ampi: “Oggi arte e letteratura non possono limitarsi a suonare allarmi tardivi: devono aiutarci a immaginare vie d’uscita. Devono curare il nostro sguardo, rafforzare la nostra capacità di visualizzare. Non c’è avventura più impegnativa: lottare per estinguerci con dignità e il più tardi possibile, magari avendo passato il testimone a un’altra specie, che proseguirà la danza anche per conto nostro, chissà dove, chissà per quanto, e chissà se verremo ricordati.”16

 

 

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